L’8 marzo scorso, mentre l’epidemia si diffondeva facendo vittime prima di tutto tra gli anziani, la Regione Lombardia dava il via libera al ricovero di pazienti Covid nelle case di riposo, per liberare posti letto negli ospedali, soprattutto nei reparti di terapia intensiva e sub intensiva. Disposizione decisa con la delibera XI-2906 – ne ha scritto ieri Il Quotidiano del Sud – che ordinava alle Ats, le aziende sanitarie, di fare una ricognizione dei posti letto disponibili per le cure extra-ospedaliere e di individuare le Rsa dotate di “strutture autonome dal punto di vista strutturale e dal punto di vista organizzativo” per l’assistenza a bassa intensità dei contagiati.

“Incredibile”, dice Luca Degani, presidente regionale di Uneba, l’associazione alla quale in Lombardia fanno capo 400 case di riposo. “In Regione – prosegue Degani –, nessuno si è reso conto del fatto che non si poteva scaricare un simile peso in luogo dove vivono anziani con patologie croniche. Un luogo che dovrebbe essere quello più tutelato e che non può essere utilizzato in modo strumentale per supportare gli ospedali”.

Fu proprio Degani, il 9 marzo, a scrivere all’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera e al suo direttore generale Luigi Cajazzo. Lettera di due pagine con la quale alzava un muro. Troppo pericoloso accogliere pazienti Covid “in complessi, strutture, reparti, nuclei che abbiano una vicinanza ad ospiti delle Rsa… Non si può pensare di rischiare, nei confronti di pazienti mediamente ultraottantenni. Questo perché la bassa intensità assistenziale di tali pazienti non si manifesterebbe certamente negli stessi termini se fosse trasmessa a soggetti immunodepressi quali sono mediamente gli ospiti delle case di riposo”. Quella delibera avrebbe dovuto essere subito riscritta, secondo Degani: “E invece è ancora lì, risultato di una mancanza di programmazione regionale che continuiamo a vedere anche ora”. Una mezza retromarcia del direttore Cajazzo non ha cambiato le cose.

In teoria, di fronte al no di Uneba, non dovrebbero essere state molte le case di riposo che hanno accettato di accogliere pazienti Covid. Ma le eccezioni ci sono. Lo hanno fatto, per esempio, le Fondazione Don Gnocchi (Milano), Sacra Famiglia (Cesano Buscone), Uboldi (Paderno Dugnano). Questo proprio mentre il personale delle Rsa diminuiva, drenato dal reclutamento di medici e infermieri da impiegare negli ospedali varato dalla stessa Regione. Resta l’interrogativo su quanti anziani ricoverati nelle case di riposo siano stati stroncati dal virus.

I decessi nelle Rsa, nel mese di marzo, in tutta la Lombardia sono notevolmente aumentati. Ma in assenza del tampone non è possibile avere un dato certo. “Sappiamo solo – spiega Degani – che negli ultimi giorni le aziende sanitarie hanno iniziato a chiedere alle strutture quanti ospiti sono deceduti”. La delibera regionale, nel dare indicazioni alle Ats, ha disposto anche, per le Rsa, il blocco delle accettazioni di nuovi pazienti, oltre allo stop del 50 per cento del turn over delle strutture che abbiano alcune caratteristiche come la presenza medica e infermieristica 24 ore su 24, la possibilità di garantire ossigenoterapia e indagini di laboratorio. “Ma anche se mi mandano un paziente clinicamente guarito – spiega Degani –, in assenza di un tampone che attesti la negatività al virus, rischio di portare il contagio tra i nostri ricoverati. E adesso non basta che ci arrivino dotazioni di mascherine e di tamponi, le Rsa devono essere ospedalizzate. Gli anziani hanno diritto a un percorso di cura”.

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