Alle sette di sera, in giro non c’è più nessuno. Solo i dipendenti delle pompe funebri, con il loro secchio di colla, e il rullo, e i manifesti degli ultimi morti. Da dietro le persiane chiuse, non senti un rumore. Senti solo tossire.

E poi le ambulanze. Senti le sirene delle ambulanze, una dopo l’altra.

Tutta la notte.

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Alzano Lombardo, 14 mila abitanti, è la zona più rossa della zona rossa con cui l’Italia, dall’8 marzo, tenta di arginare il dilagare del corona virus, che mentre scrivo è a 7.375 contagiati, e 366 morti. Ma qui, nessuno legge più quei numeri che dal 31 gennaio, da quando due turisti cinesi sono stati ricoverati d’urgenza a Roma, aprono tutti i notiziari del mattino: perché tanto, non si effettuano più tamponi. E quando inizi ad avere febbre, la prescrizione, semplicemente, è di restare a casa. Il più possibile. Di curarti da solo, fino a quando respiri autonomo. Con lo sciroppo e la tachipirina. E sperare che basti. Perché in ospedale, sono malati anche i medici.

Siamo in provincia di Bergamo. A un’ora da Milano, in teoria. Ma in realtà, siamo su un altro fuso orario, qui. Siamo due settimane avanti: siamo oggi quello che larga parte dell’Italia, e dell’Europa, del mondo, sarà a breve.

La linea del fronte è la farmacia a fianco dell’ospedale, in cui Andrea Raciti, nonostante vent’anni di Croce Rossa e missioni in Africa, tiene a stento la voce ferma. Non avendo altri a cui rivolgersi, vengono tutti qui. Confusi, e spauriti. “Tanti, ancora, minimizzano. Ma il problema di un virus non è solo quanto sia forte, è anche quanto sia capace di diffondersi. E quanto velocemente. Perché se finiamo tutti in terapia intensiva, tutti insieme, i posti non bastano”, dice. “Oltre che di medicina, un’epidemia è questione di matematica”, dice, mentre ogni due, tre minuti entra un nuovo cliente. Anzi. Paziente. Con gli stessi, identici sintomi di quello precedente. Tosse, raffreddore. Febbre. Una signora bionda è qui per sua madre, 91 anni. Ha lo sguardo lucido, mentre ripete che stava bene, fino alla sera prima, che non aveva altro, perché quello che abbiamo letto tutti, in questa girandola di informazioni da cui più che informati, siamo frastornati, è che solo il 2 percento dei morti non aveva altre patologie – e quindi ripete che stava bene, fino a ieri, stava benissimo: e tutti fingiamo che davvero potrebbe essere un’influenza di stagione. La signora chiede indicazioni per la madre, e la farmacista, con tutta la delicatezza possibile, risponde, ma soprattutto, domanda: domanda in quanti sono, in casa. E in quanto spazio. A quanta distanza gli uni dagli altri. In media, i morti avevano 81 anni: a quell’età, il virus è micidiale. A quell’età, le indicazioni non sono più per te, ma per chi ti sta intorno.

Per ora, del virus si è capito solo questo: che il tasso di mortalità varia molto in base all’età. Dai settant’anni in su, più che influenza molto spesso è polmonite. “E questo contribuisce alla sottovalutazione. Perché continuiamo a dire: Ma in realtà sono morti di altro. Ma non è vero”, dice Andrea Raciti. “Ma che ragionamento è? Senza il virus, vivevano sei mesi in più. Un anno in più. Sono morti ora perché sono morti di questo”.

Mentre parla, due uomini in tuta bianca tipo Ebola, di là dalla strada, caricano una bara su un furgoncino. Diretti dritti in cimitero. I funerali sono vietati.

I morti si cremano, qui. Come in guerra.

Non ha dubbi. L’unica, è stare tutti a casa per 20 giorni. E abbattere il numero dei contagi, mentre i biologi cercano un vaccino. E il nostro organismo, gli anticorpi adatti. Perché è solo quando ti ritrovi qui, in questa piccola città in cui i malati, ufficialmente, sono 35, e invece, sono malati tutti, solo quando sei costretto a proteggerti che capisci quanto proteggerti, a questo punto, sia complicato. Ti disinfetti le mani, certo. E il tappo del disinfettante? Apri le porte senza toccare le maniglie. Con il gomito. E la tua giacca? Quanto resiste il virus sulle superfici? Un’ora? Un giorno? Ti consegnano la spesa a domicilio. E poi? Insaponi i biscotti, la pasta, pacco a pacco, e strofini per sessanta secondi?

Eppure, persino qui, e in questo momento, è come se l’Italia fosse non uno, ma due paesi. Al Bar Mignon, in piazza, si sta rigorosamente l’uno a un metro dall’altro, con la mascherina, e mai in troppi, e si sta solo ai tavoli, non al banco. Tavoli disinfettati a ogni nuovo cliente. Mentre il governo tentennava, la zona rossa, qui, hanno deciso di imporsela da soli. Rispettando ogni regola alla lettera. “Perché prima si comincia, e prima si finisce”, dice Fred, il proprietario. Che è uno a rischio, perché ha avuto una leucemia, ma sta qui, come sempre, granitico, e colpisce: senza né paura, né incoscienza. “Perché con le giuste accortezze, la giusta prudenza, saremo più forti di questo virus”, dice. “Il problema è che alcuni, per dimostrare di essere più forti, dimostrano solo di essere più stupidi”. Si riferisce all’altra Italia, l’altra Alzano: quella che a pochi metri da qui, sfida sfrontata il virus. Lungo il fiume, tanti chiacchierano vicini come se niente fosse, e se provi a scattare una foto, ti dicono subito di andare via, perché l’untore vero sei tu, untore di panico infondato e notizie false che affondano l’economia – e chissà chi ti paga davvero: se un giornale, o l’industria dei vaccini. Ma dai, tu che vieni da Gaza?, mi sfottono. Non avrai mica paura? Dai, che ti offro un bicchiere, mi dicono. Passandomi il loro bicchiere.

“Che sei giovane. A te mica ti prende”.

Sarà più o meno il 20 percento degli abitanti. Ma fuori di qui, è l’Italia più numerosa: l’Italia secondo cui questa è solo un’influenza. E se muori, appunto, in realtà muori d’altro. I liceali di Venezia hanno organizzato un aperitivo contro la psicosi. Sedicenni che in genere, si parlano via WhatsApp: e che ora, invece, invitano a stare tutti fuori, tutti insieme. La sera del 7 marzo, non appena è filtrata la notizia dell’istituzione della zona rossa, che comprende la Lombardia e altre 14 province, e 16 milioni di italiani su 60, si è avuto l’assalto ai treni per il sud. Anche se alcuni, da Milano, sono venuti qui: turisti del virus. I primi che ho incontrato erano davanti a un murale con madonna e bambino. “Fai come se stessi pregando che ti salvi”, diceva lui a lei, scattandole una foto con guanti e mascherina.

“Direi che è la priorità, ora. Convincere gli scettici”, dice Camillo Bertocchi, il sindaco – che il maresciallo dei carabinieri mi passa in viva voce, e comunque, a un metro di distanza: perché qui ormai anche i telefoni sono infetti. “Non importa quanti siano, pochi o molti: sono comunque troppi. O fermiamo i contagi, o salta tutto”, dice. Ogni sera, aggiorna i suoi concittadini via Facebook. Anche se da Roma, chiamano raramente. Perché l’incertezza non è solo quella sul virus, qui, sulle terapie: ma anche quella sulle decisioni. L’unica cosa chiara del decreto, è la sanzione per chi viola la zona rossa. Tre mesi di carcere, o 206 euro di multa. Quanto un eccesso di velocità. Ma a parte questo, è possibile entrare e uscire autocertificando le proprie improrogabili esigenze. La sensazione è che le norme siano interpretabili in modo più o meno restrittivo, e che quindi, molto sia delegato agli enti locali. O direttamente ai militari ai posti di blocco. “Ma tanto, a questo punto chi voleva andare via è andato via”, commenta amaro. “Pensano che tanto, è una cosa da 90enni già mezzi morti. Ma quando vedranno tutti gli anziani morire uno dopo l’altro, capiranno quanto erano fondamentali. Stanno lì da sempre, e quindi, no?, per molti sono come scontati. E invece, proprio perché sono con noi da sempre sono un punto di riferimento”.

“E’ drammatico”, dice. E non si riferisce al virus, ma al cinismo.

“La verità è che non stavano valutando se una zona rossa avrebbe fermato il virus, ma se avrebbe fermato l’economia. E il risultato è che ci siamo ammalati tutti”, dice Monica Magri, la fioraia. “Il risultato, è che ora a mezzogiorno chiudo. Ma invece di chiudere per 20 giorni, chiudo fino a data da destinarsi”.

E gli aiuti alle imprese, per ora, sono solo promesse. Chiude, e va a reddito zero.

Dalla Lombardia arriva il 25 percento del PIL dell’Italia.

E dall’intera zona rossa, il 40 percento.

“Tutta l’attenzione è per i numeri. I tassi, le percentuali. Gli andamenti. Ma non ha senso”, dice Tiziano Curnis, medico di base che continua a visitare a domicilio anche ora che per legge, potrebbe limitarsi a parlare ai pazienti per telefono. Ma per rassicurarli, dice, prima ancora che per curarli, devi andarci. E basta. C’è la legge, dice, sì: ma poi c’è la morale. “I numeri che circolano, ormai, sono numeri a caso. Perché poi, guarda qui”, dice. “Sono tutti con la febbre, ma tutti dentro casa. E quindi fuori dalle statistiche”. Guarda, dice. E senti. Ambulanze. Una dopo l’altra.

Ambulanze, ambulanze. Nient’altro.

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