Lunedì sera, ArcelorMittal ha depositato al Tribunale di Milano una citazione per i tre commissari straordinari dell’Ilva di Taranto: è l’atto legale con cui intende recedere dal contratto d’affitto dell’acciaieria (l’acquisto scatterà solo nel maggio del 2021). I motivi sono quelli anticipati dal comunicato di lunedì pomeriggio che ha fatto scoppiare la bomba Ilva sui media italiani, ma con un di più che forse spingerà l’azienda a non apprezzare fino in fondo la retorica dei suoi molti legali (e citiamo, tra gli altri, l’ex giudice costituzionale Romano Vaccarella).

Il testo, rivelato dal giornale tarantino Il Corriere del Giorno, contiene almeno un paio di sorprese. La più grossa è l’ammissione che lo scudo penale è un falso problema: “Anche se la protezione legale fosse ripristinata, non sarebbe possibile eseguire il contratto”, scrivono gli avvocati di ArcelorMittal. Qual è il problema? L’intervento della magistratura, in particolare quello seguito alla morte di Alessandro Morricella – 35 anni, una moglie e due figlie – ucciso mentre lavorava all’altoforno 2 nel lontano giugno 2015.

I giudici, in sostanza, dopo l’incidente concessero all’Ilva di continuare a usare l’altoforno, ma vincolarono quel permesso al rispetto di sette prescrizioni, tra cui una sull’automazione nel cosiddetto “campo di colata” per evitare altre morti come quella di Alessandro: era il 31 ottobre 2015 e tutte e sette risultano, in tutto o in parte, non attuate. Ora, però, c’è il redde rationem: l’ultima scadenza fissata dal tribunale è il 13 dicembre 2019, ma il termine non verrà rispettato e questo dovrebbe comportare lo spegnimento dell’altoforno. “In tal caso – scrivono i legali – dovrebbero essere spenti anche gli altiforni 1 e 4 in quanto, per motivi precauzionali, sarebbero loro egualmente applicabili le prescrizioni” del tribunale. In sostanza, bisognerebbe spegnere l’intera area a caldo: una decisione già anticipata settimane fa da ArcelorMittal al governo (è il famoso piano con i 5mila esuberi su 8.700 dipendenti totali).

E dire che gli avvocati della multinazionale erano partiti proprio dalla cosiddetta “esimente penale”, considerata “presupposto imprescindibile” per l’impegno di Arcelor a Taranto: “Del resto, nel corso della gestione commissariale, i manager di Ilva sono stati sottoposti a procedimenti penali in relazione a situazioni pre-esistenti, che non sono sfociati in rinvii a giudizio proprio per effetto della protezione legale”. Poi, nell’affastellarsi di motivi per cui i giudici dovrebbero consentire la rescissione del contratto, quella voce dal sen fuggita: “Anche se la protezione legale fosse ripristinata, non sarebbe possibile eseguire il contratto”. E il punto è proprio l’altoforno 2 e la sua storia giudiziaria innescata dalla morte di Morricella.

È tanto centrale, quella vicenda, che gli avvocati della multinazionale la citano in relazione anche ad altri motivi di recesso (“impossibilità sopravvenuta” a rispettare il contratto per le prescrizioni del tribunale), ivi compreso il più sorprendente: “Il dolo”.

In sostanza, Arcelor sostiene che i commissari nascosero informazioni fondamentali prima della definitiva stipula del contratto (31 ottobre 2018): ad esempio una nota, depositata in Tribunale l’8 ottobre 2018, in cui il custode giudiziario dell’altoforno 2 “ha rilevato che alcune prescrizioni non erano state, in tutto o in parte, attuate”; né la multinazionale fu “tempestivamente informata” sulle iniziative legali di quel periodo per far dissequestrare l’altoforno. Insomma, chi rappresentava Ilva ha “deliberatamente descritto in maniera erronea e fuorviante circostanze fondamentali relative alle condizioni dell’altoforno 2 e allo stato di ottemperanza delle prescrizioni”. Un’accusa sanguinosa a cui tanto i commissari dell’epoca quanto il livello politico (a partire dal ministro Di Maio) dovranno rispondere in modo netto.

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