Nell’agenda nera di Gilberto Cavallini c’è un numero di telefono misterioso. È il 342111, scritto sulla pagina delle lettere R e S. È preceduto dalla scritta “Subo” e seguito da un numero tra parentesi (2491). Sembrerebbe l’indicazione di un centralino e di un numero interno. L’agenda nera è stata sequestrata a Cavallini il 12 settembre 1983, quando è stato arrestato a Milano, con l’accusa di essere uno dei terroristi dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari, e uno degli assassini del magistrato Mario Amato, ucciso a Roma il 23 giugno 1980. Ora si torna a parlare di quella agendina con la copertina di plastica nera, perché Cavallini è sotto processo a Bologna, accusato di essere il quarto uomo della strage del 2 agosto 1980, insieme ai già condannati Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.

È stato rinviato a giudizio, 39 anni dopo la bomba alla stazione, per aver messo la sua casa a disposizione dei camerati Fioravanti, Mambro e Ciavardini. È lui che li ha ospitati a Villorba di Treviso, la notte prima della strage. È lui che ha fornito l’auto o le auto (una Opel Kadett bianca e una Bmw grigia) con la quale i quattro sarebbero andati da Villorba a Bologna. È lui che fornisce a Giusva una nuova patente, per sostituire quella “bruciata”, intestata al camerata Amedeo De Francisci, arrestato a Roma. Cavallini oggi concluderà il suo interrogatorio davanti alla Corte d’assise di Bologna. È detenuto nel carcere di Terni, in regime di semilibertà, dopo la condanna definitiva nel 1995 per banda armata. Ora viene processato anche per strage. Ha “un ruolo di collegamento all’interno della galassia eversiva formatasi sul finire degli anni Settanta”, scrive il giudice nel suo rinvio a giudizio, “anche in ragione della maggior esperienza criminale dovuta alla differenza d’età con gli altri coimputati”, che all’epoca dei fatti erano appena maggiorenni o addirittura ancora minorenni. Sono documentati, scrive il giudice, i suoi contatti con uno dei capi del gruppo neofascista Ordine nuovo, Massimiliano Fachini, di cui Cavallini “si dichiara allievo”. Ma anche con Carlo Digilio, l’esperto d’armi di Ordine nuovo, l’unico condannato (si è autoaccusato) della strage di piazza Fontana, nonché uomo dei servizi segreti che con il nome in codice di Erodoto entrava nelle caserme Usa del Veneto. È un camerata di Cavallini, Luigi Vettore Presilio, a spifferare ai magistrati che “gli avevano proposto di partecipare all’attentato al giudice Giancarlo Stiz di Treviso” (il primo a scoprire, nel 1974, la “pista nera” per la bomba di piazza Fontana, fino allora attribuita all’anarchico Pietro Valpreda). “L’omicidio”, racconta Presilio, “sarebbe stato preceduto da un attentato di eccezionale gravità che avrebbe ‘riempito le pagine dei giornali’ nella prima settimana di agosto”. Le riempì davvero, con i suoi 85 morti, la strage più sanguinosa della storia italiana. Ma fecero tutto da soli, i neri di Fioravanti e di Cavallini? Ora gli avvocati che rappresentano l’associazione dei famigliari delle vittime vogliono sapere chi rispondeva a quel numero, 342111, segnato sull’agenda di Cavallini. Le prime ricerche del Nucleo operativo dei carabinieri di Milano, nel 1983, danno questo risultato: il numero 342111 è “linea prova e lavoro Sip – Mi (Riservato)”, attiva dal 15 novembre 1975. Un numero “riservato”? Intestato a chi? Gli avvocati lo hanno chiesto – finora senza risposta – a Telecom. A Milano, allora, la zona telefonica 342 era quella di via Mantegna. Proprio in via Mantegna c’era uno strano ufficio, di cui si sono occupati gli investigatori che hanno indagato sulle stragi di piazza Fontana a Milano e di piazza della Loggia a Brescia. Avevano strappato a Telecom, nel 1998, un documento che diceva che la dipendente della Sip (la società poi diventata Telecom) Luciana Piras aveva lavorato in una sottostazione Sip di via Mantegna ed era addetta a un ufficio “Nato, preordinato alle attività connesse alla Tutela del Segreto di Stato”. Chi era Luciana Piras? La moglie divorziata di Carlo Titta, legata sentimentalmente a suo fratello Adalberto Titta, considerato uno dei capi di una struttura segreta chiamata “Noto Servizio” o “Anello”.

È l’oggetto più misterioso dell’eversione italiana, di cui si trovano tracce in molte vicende drammatiche: dal sequestro di Aldo Moro alla liberazione dell’assessore dc Ciro Cirillo rapito nel 1981 dalle Br, dai traffici di armi e di petrolio alla fuga nel 1977 del colonnello delle Ss, Herbert Kappler, dall’ospedale militare del Celio. Ora gli avvocati di parte civile Nicola Brigida, Andrea Speranzoni, Roberto Nasci, Antonella Micele, Alessandro Forti e Andrea Cecchieri vogliono sapere se il numero 342111 aveva a che fare con i servizi e con l’Anello e perché Cavallini aveva quel numero sulla sua agenda nera.

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