Dossier e allarmi sottovalutati. L’inchiesta genovese sul crollo del ponte Morandi, allo stato, ruota attorno a questo e al progetto di retrofitting, che doveva migliorare la sicurezza del viadotto. Un progetto passato per diverse mani. Per questo ieri la Guardia di finanza in Procura ha consegnato circa 30 nomi tra funzionari del ministero delle Infrastrutture, Autostrade (Aspi), Spea e Provveditorato. Nessuno di loro è allo stato indagato.

Ma per le loro mani sono passate oltre a comunicazioni ufficiali anche appunti informali e riservati. Si tratta per Autostrade dei vertici del Cda, ad e presidente compresi, e chi (due i nomi) ha diretto il Tronco 1 di Genova negli ultimi anni. Oltre a loro, il responsabile della gara (Rup) di Aspi Paolo Strazullo e l’ufficio legale. Tre i nomi per Spea: i due firmatari del progetto, e l’amministratore delegato. Uno solo per il Provveditore, Roberto Ferrazza. Per il Mit diversi responsabili (sei su otto) della Direzione generale di vigilanza sulle concessionarie autostradali, e anche l’attuale capo Vincenzo Cinelli e il suo predecessore Mauro Coletta. La lista arriva a una trentina e comprende diversi ex che hanno occupato ruoli strategici. Il documento consegnato in Procura riassume fino al 2015 tutti gli ordini di servizio.

Centrale resta il progetto di retrofitting. E su questo il lavoro investigativo va accumulando indizi sul fatto che “allerte sulla sicurezza” e “sulla accelerazione dei lavori da eseguire”, siano state date al concessionario con scadenza periodica. Le ultime carte che si stanno analizzando risalgono al 2014, ovvero circa un anno prima che Spea Engineering ricevesse da Aspi la richiesta di stesura del progetto. Si tratta di documenti fondamentali che già allora parlavano di “urgenza”, di “criticità” e di “problemi di sicurezza” per il viadotto crollato il 14 agosto scorso provocando la morte di 43 persone.

Nel 2015, poi, Aspi si mette a lavorare al progetto del retrofitting per migliorare le condizioni del pilone 9 (quello crollato) e del pilone 10. Lo fa, ragiona la Procura, perché già prima (2014) qualcuno ha messo nero su bianco elementi di criticità. Ecco il motivo per il quale il progetto, oggi nel mirino della Procura, prende vita. Subito l’incarico arriva a Spea, che commissiona un secondo dossier sul Morandi. È quello del Cesi (2016). Qui i consulenti rilevano carenze strutturali sulle pile 9 e 10, dopodiché consigliano di attuare subito un monitoraggio dinamico sul viadotto. In sintesi: applicare sensori che in modo continuo rilevino le reazioni della struttura agli elementi esterni. Aspi, secondo la ricostruzione della Procura, nulla fa di quello comunicato dal Cesi. Salvo poi, la notte tra il 14 e il 15 agosto richiedere con urgenza quel dossier. Si arriva così all’ottobre 2017, quando l’ennesimo studio (il terzo) suggerisce ad Aspi di posizionare altri sensori per controllare il movimento del ponte. Sensori che non saranno messi. Ieri, la squadra Mobile ha chiuso il conto delle parti offese. La lista arriva a 145.

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