La Procura di Milano sta indagando su Carige. I pm milanesi sono competenti sulla banca genovese in quanto quotata in Borsa. Il fascicolo, aperto nelle scorse settimane, arriva dopo mesi di polemiche e dopo le dimissioni di tre membri del consiglio di amministrazione: Giuseppe Tesauro (l’ex presidente), Francesca Balzani e Stefano Lunardi. Proprio la lettera di dimissioni del commercialista genovese potrebbe essere uno degli elementi su cui si concentra l’attenzione dei pm milanesi.

Già la Consob, nelle scorse settimane, aveva cercato di acquisire elementi per approfondire i rilievi di Lunardi. Il documento, agli atti della banca, puntava il dito contro le “richieste di extra budget di quasi 13 milioni per spese legali 2017-2018 inerenti il programma di derisking di sofferenze, le richieste di extra budget di oltre 17 milioni per consulenze per operazioni straordinarie, l’inserimento nel budget 2018 di 14 milioni per ‘costi relativi alle operazioni straordinarie’”. Ma Lunardi parlava anche di un “cost/income cresciuto a livelli insostenibili (98,5% nel 2017, poiché riclassificato, altrimenti ben superiore al 110%)”. A suscitare fortissime polemiche in consiglio c’erano anche alcuni dettagli legati all’ultimo aumento di capitale. In particolare le spese: 52 milioni, hanno sostenuto i consiglieri dimissionari, di cui 43 al consorzio composto tra l’altro da Credit Suisse e Deutsche Bank. Troppo, si sostiene, per garantire 180 dei 550 milioni richiesti (gli altri sono stati garantiti dai soci Malacalza e Gabriele Volpi, da Equita e da fondi). Così come c’era stata battaglia sulle cessioni di alcuni gioielli di famiglia. In primis la partecipazione nell’Autostrada dei Fiori per 88 milioni, il valore iscritto a bilancio. Il timore, hanno sostenuto gli avversari dell’ad Paolo Fiorentino, è che alla fine di queste operazioni la banca risulti svuotata e che finisca inesorabilmente per essere incorporata. Accuse respinte da Fiorentino e dai suoi collaboratori nel corso di tempestosi cda: i costi, hanno replicato, sono ai livelli dei migliori istituti, mentre il problema sono i ricavi che sarebbero calati per le operazioni di derisking compiute nel 2017.

A suscitare l’attenzione della Consob è stato un passaggio della lettera di Lunardi finora inedito: si parla di una “riscontrata situazione di deficit patrimoniale rispetto al target di total capital ratio, del tutto imprevista nel piano strategico propostoci appena nel settembre 2017… e accaduta nonostante un rafforzamento patrimoniale che sfiora nel complesso 1 miliardo e che avrebbe dovuto consentire il rispetto di tale target”. Nell’affrontare il deficit “l’organo amministrativo è stato svuotato delle proprie prerogative strategiche… nella pianificazione sono state incluse variazioni rilevanti – eppure non ancora deliberate dal competente organo strategico”. Ancora: il deficit “non è stato riportato con la dovuta enfasi e analisi – all’organo amministrativo – nei primi mesi del 2018, approcciando la questione compiutamente solo sotto approvazione del primo rendiconto trimestrale, e riferendo che si sarebbe trattato di violazione riferibile alla data del 31 marzo 2018, salvo poi scrivere alle Autorità che la violazione retrodatava al primo gennaio 2018”. L’accusa ai vertici è di aver estromesso parte del cda. Addebiti respinti ai piani alti della banca: “I dati riferiti dai consiglieri dimissionari sono inesatti. Abbiamo informato tutti”.

Intanto comincia la guerra legale tra Vittorio Malacalza, primo azionista con il 20,6%, e l’ad Fiorentino. Malacalza ha conferito incarico all’avvocato Alessandro Vaccaro “di prendere in esame documenti, condotte e fatti posti in essere da soggetti apicali… al fine di valutare” eventuali azioni legali. Immediata la replica di Fiorentino: “Facciano pure. Siamo tranquillissimi”.

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