Lo stallo è come un precipizio senza fine. Nel volgere di 24 ore l’esecutivo di tregua (e a tempo) si è già sdoppiato, in una principale e in una subordinata.

In questo senso, per metterla nel modo più lineare possibile senza eccedere coi politicismi. Lunedì prossimo il capo dello Stato farà il suo terzo giro di consultazioni, in un solo giorno, e certificherà l’indisponibilità dei partiti a formare un governo sostenuto da una maggioranza politica in Parlamento. A quel punto, sarà lo stesso Sergio Mattarella a prendere l’iniziativa e a offrire alle delegazioni il cosiddetto governo di tregua, o di transizione, destinato a coprire alcune scadenze importanti: il Consiglio europeo di fine giugno (28 e 29) e la manovra di dicembre per scongiurare anche l’aumento dell’Iva. Alla guida dell’esecutivo sarà chiamata una figura terza o tecnica cui il presidente della Repubblica conferirà l’incarico lunedì sera oppure martedì 8 maggio.

Qual è il profilo di questo premier incaricato? Per il Colle la soluzione numero uno è quella di “un giurista di fama, conosciuto in Europa e con competenze economiche”. Una figura che possa somigliare, inoltre, quanto più possibile a Mario Draghi, il numero uno della Bce. Per il momento i nomi che circolano non corrispondono del tutto a questo identikit. Questi: Sabino Cassese, giudice emerito della Consulta e già “voce” di Giorgio Napolitano sul Corriere della Sera; Giorgio Lattanzi, presidente della Corte costituzionale; Alessandro Pajno, presidente del Consiglio di Stato; Raffaele Cantone, magistrato a capo dell’Autorità per l’Anticorruzione; Paola Severino, ex Guardasigilli del governo Monti.

È una rosa in continua evoluzione, però. Ché alcuni di questi nomi finiti sulla scrivania di Mattarella hanno decisive controindicazioni. Pajno, per esempio, è un fraterno amico del capo dello Stato e il Colle per una questione di stile non lo incaricherà mai. Cantone, invece, è un ex pm e il Quirinale non vorrebbe passare dal giustizialismo politico a quello “tecnico”. Severino infine, nell’opinione pubblica, ricorderebbe troppo l’esperienza di Monti.

Fin qui il totonomi, in attesa di quello giusto con lo “sguardo” economico: ieri la Stampa ha rilanciato Guido Tabellini, ex rettore della Bocconi, e poi c’è sempre il citatissimo Carlo Cottarelli, l’uomo della spending review. In ogni caso, una volta ricevuto l’incarico, l’aspirante premier di tregua sonderà la disponibilità dei partiti, alla ricerca di una maggioranza che potrebbe sommare un sostegno esplicito di alcune forze e l’astensione di altre.

Qualora l’incarico non dovesse fallire, il governo nascerà con vari ministri tecnici d’area per rinforzare la disponibilità delle forze favorevoli. La “scadenza” sarebbe a fine anno ma al Colle sanno che, una volta avviati, i governi possono “autoalimentarsi” con nuovi arrivi e con il senso di conservazione dei parlamentari appena eletti.

Al contrario, se il premier incaricato tornasse da Mattarella senza nulla in mano – e questa è la subordinata che rischia di diventare principale – il capo dello Stato potrebbe comunque rinnovargli il mandato per un mero governo elettorale, formato da tecnici (stavolta non d’area), farlo sfiduciare in Parlamento e portare il Paese al voto nel mese di settembre.

In merito, c’è anche l’ipotesi estrema delle urne a luglio, l’8 o il 15, suggerita al capo dello Stato da chi vorrebbe evitare l’onta di un governo del presidente bocciato alle Camere. Mattarella però vuole evitare “drammatizzazioni” come quella di far votare gli italiani nel mese di luglio.

E poi c’è pur sempre il precedente del Fanfani sesto del 1987 che durò tre mesi nonostante la sfiducia, dal 18 aprile a fine luglio e che gestì le elezioni politiche di metà giugno di quell’anno. E anche stavolta un governo elettorale e sfiduciato durerebbe pochi mesi. Da metà maggio fino alla decade finale di settembre, con uno scioglimento previsto a luglio. È più che probabile, allora, che non sarà Gentiloni a traghettare il Paese alle elezioni, nonostante gli autorevoli “consigli reiterati” degli opinionisti Scalfari e Panebianco. L’attuale premier è infatti a capo di un esecutivo espressione della scorsa legislatura, con alcuni ministri-chiave, come Angelino Alfano agli Esteri, che non si sono nemmeno ricandidati alle elezioni del 4 marzo.

Alle otto di ieri sera, questo è lo stato dell’arte dei “ragionamenti” al Colle. E prima di lunedì ci sono altre 48 ore di riflessione, tra pessimismo e rassegnazione.

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