Il reddito di cittadinanza è tecnicamente un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento nel mercato del lavoro. Ha una duplice funzione: sradicare gli elevati livelli di povertà che negli ultimi anni sono cresciuti di molto in Italia e formare gli individui al momento fuori dal mercato. Lo Stato sosterrà chi oggi non raggiunge la soglia di povertà indicata da Eurostat, in cambio dell’impegno a formarsi e accettare una delle prime tre proposte di lavoro, purché eque e non lontane dal luogo di residenza. Quindi è uno strumento di welfare ma può anche rilanciare l’economia attraverso i nuovi consumi derivanti da quel reddito garantito. Come dice Papa Francesco, “il welfare non è un costo, ma un mezzo per lo sviluppo”. La misura costa circa 17 miliardi di euro, compresi 2,1 miliardi per riorganizzazione e potenziamento dei Centri per l’Impiego (CpI).

DEFICIT. Questa politica può essere finanziata con maggior deficit in termini assoluti ma senza aumentare il rapporto deficit/Pil e la soglia del 3%. Grazie alla nostra misura, almeno 1 milione di persone che ora non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare (inattivi “scoraggiati”) verranno incentivati alla ricerca del lavoro con l’iscrizione ai CpI, e andranno ad aumentare il tasso di partecipazione alla forza lavoro. Questo ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, cioè la distanza tra il Pil potenziale dell’Italia e quello effettivo, perché 1 milione di potenziali lavoratori saranno di nuovo conteggiati come disoccupati. Se aumenta il Pil potenziale possiamo mantenere il rapporto tra deficit e Pil potenziale, cioè il “deficit strutturale”, spendendo circa 19 miliardi di euro in più di oggi, più dei 17 miliardi necessari.

Alcuni colleghi e commentatori nei giorni scorsi lo hanno definito un “trucchetto statistico”. Il calcolo del deficit strutturale e le regole connesse sono state fissate dalla Commissione europea. Nelle nostre stime stiamo misurando il Pil potenziale sulla base delle regole che la Ue ci ha dato, regole che anche precedenti governi (e molti economisti) hanno criticato. Ma queste abbiamo. Se invece la proposta è difficilmente ammissibile da un punto di vista politico, si deve spiegare perché.

DISOCCUPATI. Qualche critico inoltre sostiene che l’aumento del tasso di disoccupazione derivante dall’attivazione degli scoraggiati avrebbe effetti immediati sulla stima del Nawru (ovvero sul tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione) che a sua volta influenzerebbe al ribasso l’occupazione potenziale. Ciò è in contrasto con la teoria economica di riferimento, è il Nawru che funge da ‘attrattore’ del tasso di disoccupazione effettivo e non il contrario. Il riallineamento non avviene immediatamente e lascia quindi la possibilità di un aumento iniziale del Pil potenziale.

Molti inattivi non sono persone che non vogliono lavorare, ma nella maggior parte dei casi sono soltanto scoraggiati dal difficile contesto economico. La distinzione tra inattivi e disoccupati è importante per gli istituti di rilevazione statistica. Ma per le persone lo status di inattivo o di disoccupato comporta la stessa sofferenza. E di questa sofferenza un governo deve tener conto. Il deficit in più creato azionerebbe una domanda aggregata aggiuntiva che stimolerebbe anche l’occupazione effettiva: il deficit crescerebbe solo in termini assoluti ma non in termini percentuali rispetto al Pil, continuando a rispettare i vincoli di bilancio fissati.

Alcuni critici dicono inoltre che la proposta fa aumentare la disoccupazione. Se con questo si intende il fatto che il sussidio possa scoraggiare i lavoratori a trovare lavoro, rispondo che ciò non è assolutamente vero. Esiste una sterminata letteratura teorica ed evidenza empirica che confuta questa idea. Inoltre i Paesi più generosi da un punto di vista del welfare sono anche quelli con i tassi di occupazione più alti.

GLI IMPEGNI. Qualcuno critica la misura perché non è universale e incondizionata. Ma non lo è mai stata: la proposta depositata in Senato (ddl 1148 a firma Catalfo del M5S nel 2014) è un reddito minimo condizionato. Non è sostitutivo del sussidio di disoccupazione (Naspi) ed è inferiore a esso in termini quantitativi. Non è però legato (a differenza della Naspi) ad aver lavorato precedentemente, ma allo stato di bisogno. Si abbina, nella proposta, a un salario minimo per le categorie non coperte da contrattazione nazionale minima, in modo da non diventare una integrazione per lavoratori precari (i quali invece saranno pagati nel rispetto di un salario minimo di equo compenso appunto) e non può comprimere i salari verso il basso. Proprio perché aggredisce la povertà si applica anche ai pensionati integrando la pensione minima fino a 780 euro a persona.

Infine, è una misura, così come descritta, esistente in tutti i Paesi europei, dalla Francia alla Germania, dalla Svezia alla Finlandia, dalla Spagna al Portogallo, Cipro, Malta etc. Non esiste in Italia e Grecia. L’ammontare individuale va dai circa 1.400 euro a persona in Danimarca, ai 100 euro in Paesi a redditi più bassi come Romania e Bulgaria. Il Rei (reddito di inclusione) vale circa 187 euro a persona, una cifra inappropriata per l’Italia.

Investimenti. Una precisazione è necessaria sugli investimenti al Sud che risponda ai critici che ignorano che tale misura è già prevista ma non è attuata. L’idea è destinare almeno il 34% di questi investimenti nel Sud Italia, intendendo ovviamente le risorse ordinarie (e non anche quelle dei fondi strutturali e dell’ex FAS oggi Fondo di sviluppo e coesione) che sono ferme al 28% (secondo lo Svimez e i Conti Pubblici Territoriali 2017). Visto che l’incidenza della popolazione è del 34,4%, questo principio richiederebbe un aumento nel Sud di circa 4,5 miliardi all’anno, secondo lo Svimez.

Non discuto che gli esperti che nei precedenti due decenni si sono succeduti ai ministeri economici e al lavoro in Italia fossero in buona fede; ma avevano una visione dell’economia che riponeva fiducia nella famosa frase thatcheriana “There Is No Alternative”. Questo io contesto.

* professore di Economia indicato dal Movimento 5 Stelle come ministro del Lavoro

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