L’erogazione fiscalmente è liberale, quindi detraibile al 26% come un atto di generosità e partecipazione alla vita politica del Paese. Sostanzialmente, invece, l’erogazione c’è, ma non è mica tanto liberale: diciamo che sfiora l’obbligatorio. Ci si riferisce all’annosa questione, riesumata mercoledì da Franco Bechis su Libero, dell’obolo che – secondo molti regolamenti finanziari locali del Pd – non solo deputati e eletti a livello regionale e locale, ma pure tutti quelli che i democratici piazzano ai vertici di municipalizzate, enti, fondazioni e via dicendo devono versare al partito. È una percentuale fissa dello stipendio o del gettone di presenza che varia da territorio a territorio e spesso è indicata nei “Regolamenti finanziari” locali.

È una pratica, questa, che affonda le radici nei decenni e arriva al cuore del sistema di finanziamento del Pci: all’epoca, però, il primato della politica nella gestione della cosa pubblica era un fatto orgogliosamente rivendicato, mentre oggi non passa giorno che democratici di ogni ordine e grado parlino di merito, curriculum, scandiscano frasi come “fuori la politica dai cda”. Per di più, formalizzare in questo modo l’impegno a girare un pezzo dello stipendio da presidente della società pubblica X al partito non sembra proprio una garanzia di imparzialità nel processo che ha portato alla scelta di quel manager: è stato preferito a un altro candidato perché era disposto a pagare?

Come detto, si tratta di una pratica antica. Il Pd era nato da pochi anni quando Antonio Misiani, che ne fu tesoriere dal 2009 a fine 2013, prima a voce e poi per iscritto chiese ai colleghi dem delle regioni di cancellare dai regolamenti i riferimenti al versamento obbligatorio per i membri di cda, partecipate e quant’altro indicati dal partito (che infatti in quello nazionale non c’è).

Evidentemente gli interessati si sono dimenticati, tanto è vero che l’erogazione liberale obbligatoria si ritrova un po’ dappertutto nei documenti del Pd lungo lo Stivale. Il più spudorato è il Regolamento finanziario del partito in Friuli Venezia Giulia: “I designati e nominati in qualità di presidenti, amministratori, consiglieri di indirizzo, revisori dei conti ecc., in enti, società, consorzi, aziende, autorità, fondazioni ecc., sono tenuti a versare al Partito democratico del rispettivo livello di nomina una percentuale dell’indennità lorda percepita pari al 10%” (e colpisce la citazione persino dei revisori dei conti, soggetti terzi per definizione).

Altri sono più oscuri, tipo il Regolamento del Pd di Modena: “Ai percettori di indennità derivanti da incarichi elettivi decorsi e ai componenti di organi amministrativi di Enti è richiesto di contribuire al finanziamento dell’attività del Partito, secondo modalità che andranno concordate con le Unioni comunali di riferimento”. Formule analoghe si ritrovano nei Regolamenti finanziari di varie regioni (Puglia, Marche, Basilicata, etc) e comuni anche importanti: la Cremona citata da Bechis, ma pure la vicina Lecco, la Bergamo di Giorgio Gori (dove “i nominati negli Enti” devono “il 10% al netto del percepito mensilmente”), Torino, Livorno.

Nella roccaforte oggi un po’ malandata di Siena, per dire, l’indicazione è questa: “Il capitolo ‘contributi’ comprende le sottoscrizioni a cui sono tenuti gli iscritti, eletti e designati presso enti, aziende e società pubbliche o private”. L’esborso non è piccolo: i nominati Pd “sono tenuti a versare un contributo, non inferiore al 30% al lordo del percepito, sull’eccedenza dell’indennità, rispetto alla retribuzione minima di un 1° livello quadri CCNL del Commercio”. Quando si dice la precisione.

Qualche traccia dell’applicazione della “tassa democratica” la si può ritrovare nei tabulati depositati alla Camera dai partiti nonostante la complessiva opacità della legge sulle donazioni private alla politica: i nomi di chi versa, infatti, sono pubblicabili solo con apposita liberatoria dell’interessato. Nel 2015, per dire, proprio il Pd di Siena registra un contributo di 7.640 euro dell’ex parlamentare Ds Fabrizio Vigni, presidente della municipalizzata Siena Ambiente fino all’inizio del 2016. E ancora, sempre al partito della città di Mps, nel 2015 arrivano 5mila euro da Roberto Paolini (Siena Parcheggi) e 8mila da Massimo Roncucci (manager dei trasporti), che bissa nel 2016 con altri 7.600 euro.

Più corposi i versamenti, e ci spostiamo a Modena, di Maurizio Maletti (10mila euro registrati nel 2015 11.500 nel 2016), amministratore unico dell’Agenzia per la Mobilità e il Tpl di Modena Spa. Il Pd di Lecco, invece, mette a verbale a inizio 2015 6.522 euro versati da Mauro Colombo, già presidente di Silea Spa, la municipalizzata dei rifiuti.

Finanziare il partito esiste persino come pre-requisito per la nomina ed è una interessante novità introdotta dal Regolamento finanziario del Pd in Abruzzo: essere in regola coi versamenti “è una delle condizioni necessarie per poter aspirare ad essere candidato in una delle prossime competizioni elettorali o designato in altri enti pubblici o privati”.

Pratica antica, si diceva, quella della “donazione obbligatoria” e oggi assai difficile da abbandonare visto che il finanziamento pubblico dei partiti non c’è più e un bel pezzo dei bilanci si fa appunto con le donazioni (a partire da quelle degli eletti, ovviamente): per restare al Pd, su un bilancio 2016 con entrate per 20 milioni di euro le “contribuzioni da persone fisiche” ammontano a 7,6 milioni, mentre le “quote associative annuali” non arrivano a 14mila euro.

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