“Cè un’emergenza sanitaria, la cannabis terapeutica sta sparendo dalle farmacie”. Elisabetta Biavati scandisce lenta e con fatica. Soffre di epilessia, tremore senziente, cefalee e dolori cronici. “Tremo forte, per me è difficile mangiare e deglutire senza le medicine”. Elisabetta può curarsi, ma ha scelto lo sciopero della terapia perché la cannabis medica, in Italia, è una roulette: “Oggi la trovo, domani no. Serve un gesto forte, a costo della salute”. Su change.org, il 10 luglio, ha lanciato la petizione per una cannabis gratuita e accessibile. Ha raccolto oltre 4.500 firme. Elisabetta gestisce la pagina Facebook Dolore e cannabis terapeutica, 3.400 iscritti: “Mi cercano persone disperate, mamme che non trovano i farmaci per il figlio”. Vittorio Ferraresi (M5S) ha depositato un’interrogazione alla Camera il 18 luglio; se va bene, si discuterà ad agosto. Intanto, la “carestia” prosegue.

Eppure, da quest’anno, per i pazienti c’è la Fm2, la cannabis di Stato. Ma da quando il ministero della Salute, a giugno, ha fissato il prezzo a 9 euro al grammo, molte farmacie hanno smesso di venderla. Per loro costa 8,4 euro più 20 euro di spedizione: se si assume in gocce o resina, è grazie al lavoro del farmacista. Ma a 9 euro, non c’è guadagno. Oltretutto, vendere cannabis è un rischio.

Diverse farmacie hanno ricevuto multe da quasi 9 mila di euro per essere apparse su una mappa del sito Let’s Weed: un servizio per localizzare medici e luoghi dove acquistare cannabis medica. Tanto basta, per l’Ufficio stupefacenti (organo del ministero della Salute), a infrangere il divieto di propaganda di sostanze illecite. “È una legge del 1990 e vale per la marijuana da strada. Applicarla ai farmaci legali è demenziale – spiega l’avvocato Carlo Alberto Zaina –. Lo scopo è mettere il bavaglio al dibattito sulla foglia verde”. Vendere cannabis terapeutica si può, ma non si dice. Molte farmacie sono ricorse al Tar. “È inquietante e pericoloso”, sostiene l’avvocato Luigi Sciacovelli. Che aggiunge: “Se un punto su una mappa è pubblicità di stupefacenti, allora è vietato parlare di cannabis in rete”.

Secondo Germana Apuzzo, direttrice dell’Ufficio stupefacenti, “i medicinali nelle tabelle”, inclusa la cannabis, “non possono essere nominati”. Lo ha dichiarato al convegno Sirca (Società Italiana Ricerca Cannabis Terapeutica) del 20 maggio. È compito del Ministero informare sulla cannabis. Discuterne su Facebook, o postare il logo della pianta, è pubblicità illegale.

Le sanzioni hanno colpito le farmacie con gli ordini più grandi di Fm2. Come quella del dottor Marco Ternelli, a Bibiana, in Provincia di Torino: “Abbiamo chiesto tra i 300 e i 500 grammi gli altri tra i 5 e i 20 grammi”. All’Ufficio stupefacenti sospettano che gonfi la domanda col sito farmagalenica.it: “È informazioni sanitaria – risponde Ternelli – servo più di mille pazienti e aumentano ogni anno. Del resto, nessuno multa le farmacie sui siti dedicati agli oppioidi”.

Se la cannabis italiana, a 9 euro, è merce rara, quella olandese è un miraggio. “Scarseggia da maggio – dice Elisabetta Biavat –. Tra i pazienti sta arrivando il panico”. Ternelli conferma: “Su 100 grammi, ne arrivano 20”. L’Acef, un’azienda privata, importa cannabis medica olandese grazie a una licenza del ministero della Salute. Giovanni Braccioli, responsabile della Divisione farmacia, non ha dubbi: “Oggi la domanda supera l’offerta”.

È l’Ufficio stupefacenti diretto da Germana Apuzzo a decidere quanta cannabis importare, in un anno, dall’Olanda. Il Fatto ha chiesto di esaminare i dati, senza ottenere risposte.

Il sospetto è che un quintale fosse ritenuto sufficiente, come nel 2016. Il timore è che sia finito a giugno, e solo nel 2018 l’Olanda riaprirà i rubinetti. Secondo addetti ai lavori, per il 2017 gli importatori hanno chiesto di raddoppiare a 2 quintali. Ma il ministero avrebbe risposto picche: se non bastano 100 chili, c’è la Fm2. Risultato: scovare i farmaci è una caccia al tesoro. Domanda: la richiesta dei pazienti è stata sottovalutata?

L’Olanda offre 400 chili l’anno a 18 milioni di abitanti. L’Italia, nel 2017, meno della metà per 60 milioni di persone: 100 chili dal paese dei Tulipani, 40 chili di Fm2. Ecco perché la cannabis si cerca col lumicino. Serve ai malati di cancro, dolore cronico, Parkinson, sclerosi multipla, Sla, epilessia, morbo di Crohn, fibromialgia: milioni di pazienti. In pochi si curano col fiore verde. Ma se ciascuno ne consumasse, in media, un chilo l’anno, la scorta basterebbe per 140 persone. “È una stima credibile”, dice Luigi Romano, dell’Associazione internazionale cannabis medica. Dimezzando il consumo a 500 grammi, le riserve soddisferebbero 280 pazienti. Il Canada ha autorizzato circa 50 strutture: nel 2016 hanno raccolto 4 tonnellate di cannabis medica. Una parte è finita in Germania, dove si discute sull’auto-coltivazione dei pazienti; in Canada è già legale. In Italia è fantascienza.

Nel 2010, col proibizionista Carlo Giovanardi a capo della lotta alle tossicodipendenze, Germana Apuzzo ha collaborato alla stesura del Piano nazionale antidroga. Nel 2014 ha firmato un testo collettivo dal titolo: “Varianti delle piante di cannabis e danni alla salute”. Il curatore è Giovanni Serpelloni, ex capo dell’Antidroga e braccio destro di Giovanardi.

La cannabis, si legge nel volume, è “un vero problema di sanità pubblica e soprattutto mentale (…). I risultati hanno evidenziato una forte associazione tra il consumo in età adolescenziale e il successivo coinvolgimento in attività criminali (…). Non si comprende come vi siano ancora opinioni secondo cui tali sostanze non sarebbero pericolose o addirittura dotate di effetti positivi per l’organismo”. La differenza tra droghe leggere e pesanti sparisce. Se la cannabis ludica è pericolosa come l’eroina, quanta fiducia si può nutrire nell’uso terapeutico?

“Direi nessuna! – taglia corto Luigi Romano –. Se non si distingue tra droghe pesanti e leggere, malgrado l’immensa letteratura scientifica, non bisognerebbe occuparsi di cannabis”.

Il testo raccomanda “un uso medico limitato e attento”. Tanto limitato che i farmaci non si trovano. Così attento da paventare multe per chi parla di cannabis sul web. Al convegno dello scorso 20 maggio, la Apuzzo ha redarguito chi scrive “che la cannabis cura il cancro. È gravissimo e senza fondamento scientifico”.

Luigi Romano pensa di no: “Manuel Guzmán, nel 2006, ha somministrato THC a pazienti terminali con tumore al cervello: risultati incoraggianti. Studi in vitro e su animali da laboratorio dimostrano l’efficacia della cannabis insieme a chemio e radioterapia”. Secondo Apuzzo, la verità è sui siti del ministero. Si consiglia il decotto (la tisana alla cannabis) e si bocciano gli estratti, da assumere in gocce: “Il decotto è il metodo peggiore – spiega Romano – perché i cannabinoidi non sono solubili in acqua. La via migliore è l’estratto”.

Qualcuno avanza un sospetto: a 9 euro, pochissime farmacie vendono cannabis, così il ministero le controlla meglio.

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