Questa volta Maria Elena Boschi si deve difendere da sola e non può contare sullo scudo di Palazzo Chigi, perché l’inquilino oggi è Paolo Gentiloni e non più Matteo Renzi. Appena iniziano a circolare le pagine del nuovo libro di Ferruccio de Bortoli nei corridoi del governo capiscono la gravità della situazione: l’ex direttore del Corriere della Sera scrive che l’allora ministro delle Riforme chiese all’ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, di intervenire a sostegno della banca Popolare dell’Etruria, di cui Pier Luigi Boschi, il papà, era vicepresidente. Si capirà presto se questo ritorno della maledizione di Etruria sarà l’origine dell’incidente – forse auspicato da Renzi – che può segnare la fine anticipata del governo Gentiloni. Di sicuro è destinato a ridimensionare il ruolo della Boschi, messa da Renzi a presidiare la macchina amministrativa del governo Gentiloni come sottosegretario alla presidenza.

L’unica reazione netta sul caso, infatti, è proprio della Boschi, via Facebook: “Non ho mai chiesto all’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, né ad altri, di acquistare Banca Etruria. Ho incontrato Ghizzoni come tante altre personalità del mondo economico e del lavoro ma non ho mai avanzato una richiesta di questo genere”. Seguono minacce di querela che paiono indirizzate più agli avversari politici – il Movimento 5 Stelle chiede le dimissioni, anche dal blog di Beppe Grillo – che a De Bortoli. Gentiloni e il suo gruppo di lavoro – che oggi è legittimato dall’appoggio del capo dello Stato Sergio Mattarella molto più che da quello di Renzi – aspetta gli eventi.

Gentiloni non ha mai chiesto di essere messo sotto tutela con la nomina della Boschi, ma non poteva opporsi. E fin dall’inizio ha sempre cercato di arginarne l’invadenza, anche con la nomina di un capo staff (figura inedita), Antonio Funiciello. Senza dimenticare le nomine interne respinte dal premier.

A differenza di Renzi, però, Gentiloni non è il tipo di premier che si occupa dei dettagli dei provvedimenti, che vuole controllare i particolari di quanto entra ed esce dal Consiglio dei ministri (si è visto con il caso della riduzione dei poteri all’Anac di Raffaele Cantone, con il premier che non sapeva cosa aveva appena licenziato la riunione che presiedeva). E questo ha lasciato spazio alla Boschi e quindi al governo per procura di Renzi: appena rieletto segretario del Pd, l’ex premier ha annunciato una riunione ogni giovedì nella sede del partito con la Boschi, il ministro per i Rapporti col Parlamento Anna Finocchiaro e i capigruppo per stabilire gli indirizzi del governo. Questo fragile schema vacilla per il ritorno del fantasma di Etruria.

Solo la forza di Renzi aveva finora permesso alla Boschi di trincerarsi dietro una pretesa di non ingerenza sui dossier bancari costruita tutta a posteriori, e dunque piena di falle. Come ha riconosciuto l’Antitrust nella sua indagine sui conflitti di interessi del ministro, è vero che la Boschi era assente alla riunione del Consiglio dei ministri del 22 novembre 2015, quando si è deciso di smontare Banca Etruria, azzerando azioni e obbligazioni subordinate. Ma era presente il 15 settembre 2015 quando si è approvato lo schema di decreto legislativo che poi ha fissato il quadro di regole per gestire le crisi bancarie.

“Io sono dalla parte delle istituzioni e non ho mai favorito familiari o amici, non c’è alcun conflitto di interessi”, ha detto varie volte l’allora ministro (per esempio il 18 dicembre 2015). C’è chi ha visto un conflitto d’interessi oggettivo nel fatto che Pier Luigi Boschi sia stato promosso vicepresidente di una banca già in crisi appena la figlia è diventata ministro.

Ma è stata la stessa Boschi ad ammettere di conoscere bene le vicende della banca e di essere addentro alle polemiche sulla gestione quando ha addirittura attaccato il governatore di Bankitalia Ignazio Visco in un’intervista al Corriere della Sera il 10 gennaio 2016. Se la prende con “alcuni autorevoli esponenti” che “un anno fa suggerivano a Banca Etruria un’operazione di aggregazione con la Banca Popolare di Vicenza, se fosse stata fatta quell’operazione credo che oggi avrebbero avuto un danno enorme i correntisti veneti e quelli toscani”. Era Visco che spingeva per la fusione.

Il mandato di Visco scade a novembre. Quello della Boschi, per colpa di Etruria, potrebbe finire prima.

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