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domenica 04/12/2016

Parlamento Ue, la poltrona per trattare con Berlusconi

Bruxelles - Renzi appoggia il socialista Gianni Pittella per la presidenza Ma per fare accordi, Forza Italia proverà a chiedere il posto per Tajani

L’esito del referendum di oggi può decidere anche gli equilibri tra i partiti in Europa e la presidenza del Parlamento europeo. Non è una delle iperboli di Matteo Renzi, ma la coincidenza temporale tra la necessità di trovare un nuovo presidente a Bruxelles dopo l’uscita di Martin Schulz e la scadenza elettorale italiana. Se vince il No – ma anche se prevale di poco il Sì – Renzi dovrà trattare con Silvio Berlusconi per scrivere una legge elettorale per il Senato o modificare l’Italicum in senso proporzionale. In entrambi i casi avrà praticamente una sola cosa da offrire al tavolo negoziale: togliere l’appoggio al candidato socialista per la presidenza del Parlamento europeo, Gianni Pittella, e sostenere il berlusconiano ex commissario europeo ed europarlamentare Antonio Tajani.

Dieci giorni fa il socialista tedesco Martin Schulz ha rinunciato a chiedere la conferma come presidente dell’Europarlamento a gennaio 2017: gli equilibri della grande coalizione Spd-Cdu in Germania erano cambiati, i socialdemocratici avevano ottenuto troppe poltrone in patria e i conservatori non avrebbero affidato loro l’Europarlamento. Quindi Schulz fugge da Bruxelles e si prepara a sfidare, con basse probabilità di successo, Angela Merkel per la posizione di cancelliere. Dal 2014 c’era un accordo per la staffetta tra Schulz e un altro tedesco, Manfred Weber, capogruppo Ppe vicinissimo alla Merkel. Ma si possono lasciare le tre istituzioni europee ai popolari? Dal Ppe vengono anche Donald Tusk, polacco che guida il Consiglio, e Jean Claude Juncker, lussemburghese alla testa della Commissione. Negli accordi del 2014 il Consiglio doveva finire a un socialista, ma poi i piani sono saltati e la “quota rossa” è diventata quella del Parlamento.

Sembra esserci una sola via d’uscita: dare la presidenza del Parlamento a una figura terza: Guy Verhofstadt, lo storico leader dei liberali di Alde. Ma la Francia è contraria: con una delle sue ultime scelte tattiche prima di rinunciare a candidarsi per un secondo mandato, il presidente francese François Hollande mette il veto: Verhofstadt è troppo federalista, dargli la presidenza del Parlamento significa spingere l’Europa in una direzione opposta agli interessi della Francia proprio nell’anno in cui i nazionalisti di Marine Le Pen puntano all’Eliseo.

Hollande è decisivo quindi per lanciare la candidatura di Gianni Pittella, oggi capogruppo di S&D. “Implode la grande coalizione”, titola Politico.eu. C’è un’analisi netta dietro la scommessa su Pittella: è l’idea che governare l’Europa con il blocco socialisti-popolari che si spartiscono tutte le cariche per evitare l’influenza dei populisti sia il modo migliore per portare consenso proprio ai movimenti anti-sistema. Che solo una nuova polarizzazione sinistra-destra possa restituire credibilità a partiti europei. “Per noi socialisti la grande coalizione non è mai esistita”, dice adesso Gianni Pittella.

Renzi e il Pd appoggiano dunque Pittella: non sembra più un tabù l’ipotesi che ci possano essere due italiani in posizioni apicali (l’altro è Mario Draghi alla Bce). Ci sarebbe, in queste ultime ore, perfino un’apertura del Movimento 5 Stelle che ha fatto capire di poter dare un appoggio discreto a Pittella, in vista del voto in Parlamento del 17 gennaio. Si capirà presto se è davvero un asse possibile.

Ma il premier ha anche un piano B che gli permetterebbe in un colpo solo di usare l’Europarlamento come elemento di scambio in patria e di mettersi al centro degli equilibri europei: sostituire il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk con il primo ministro di Malta, Joseph Muscat, che appartiene alla famiglia socialista. Non è un’idea estemporanea, Palazzo Chigi ha iniziato i sondaggi esplorativi a Bruxelles già un anno fa. Tusk ormai è appoggiato soltanto dai piccoli Paesi dell’Est che vedono in lui – polacco e anti-russo – l’ultimo argine contro la crescente influenza di Vladimir Putin. Rimuovere Tusk adesso, dopo il successo dei putiniani Donald Trump e François Fillon (alle primarie della destra francese) potrebbe sembrare una resa a Mosca. Ma per un Paese filo-russo come l’Italia questo non sarebbe un problema. Se Renzi resterà al potere lunedì, o comunque sarà in grado di controllare il Pd, lavorerà sul triangolo Pittella-Tajani-Muscat. Anche per tenere sotto pressione le istituzioni mentre la manovra di bilancio 2017 viene sottoposta all’esame finale, in patria e in Europa.

Ma a Bruxelles sanno che c’è anche il rischio che Renzi venga spazzato via dal No alla riforma costituzionale. E il commissario agli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, ha già fatto arrivare la sua indicazione: l’unico interlocutore che può garantire un dialogo con la Commissione e l’Ue è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Se bisognerà scegliere un premier diverso, deve essere lui.

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