I dati del sondaggio condotto da GPF restituiscono un quadro piuttosto preciso per interpretare l’ultima fase della campagna referendaria. A due settimane dal voto i risultati della rilevazione mostrano il No in chiaro vantaggio, ma con uno scenario di vittoria ancora possibile per il Sì.

Considerando che l’obiettivo di qualsiasi strategia di campagna è di trovare la via più agevole per la vittoria finale, possiamo identificare due elementi che danno ancora speranza alla campagna di Renzi: l’elevato numero di indecisi con una forte propensione a votare (14,2%) e il fatto che, se si guarda alle motivazioni possibili di voto (i driver), tra quelle riconducibili a una preferenza per il sì e quelle riconducibili a una preferenza per il no, vi è un sostanziale pareggio. 

L’esito del referendum britannico, che ha visto prevalere i favorevoli all’uscita dall’Unione europea, ha confermato due buone regole di ogni campagna referendaria: si vince quando si riesce a fare appello in modo efficace a provvedimenti che riguardano la vita quotidiana delle persone e quando si ha un messaggio semplice e diretto. Tra le intenzioni di voto per il No prevalgono nettamente due motivazioni molto forti: la difesa della Costituzione (24% del totale) e far cadere il governo Renzi (15,7%).

Al contrario, nel fronte del Sì, sono pochi gli elettori che interpretano il voto come un sostegno al governo in carica (4%), mentre invece la maggior parte si divide tra “rendere più moderna la Costituzione” (17,9%), “è ultima occasione per cambiare” (13%) e “ridurre i costi della politica” (12,1%). Tra chi indica queste possibili motivazioni per il voto, vi è un numero elevato di indecisi e di propensi a non votare. Qui sembra essere il terreno di battaglia principale della campagna per il Sì, che sta vedendo anche un tentativo da parte di Renzi di intercettare nuovi voti: da un lato attraverso l’innalzamento dei toni nei confronti dell’Ue, dall’altro attraverso una rinnovata presenza nel Sud e proposte per creare nuova occupazione (non a caso il No registra le percentuali più alte al Sud e nelle Isole e la creazione di nuovi posti di lavoro rappresenta la priorità per la maggioranza degli italiani).

Uno scenario non facile per Renzi che non può accontentarsi di portare alle urne quanti già dichiarano di essere intenzionati a votare Sì, ma deve dare una motivazione forte a quanti sono orientati dal punto di vista delle motivazioni ad approvare la riforma costituzionale ma vanno spinti ad andare votare e, allo stesso tempo, convincere una quota superiore di indecisi rispetto alla campagna concorrente. Tutto questo in uno scenario complessivo sfavorevole al governo in carica: il 56,8% degli italiani ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata e una percentuale di poco superiore ha poca o nessuna fiducia nel futuro.

Pur avendo Renzi corretto il tiro rispetto alla prima fase della campagna impostata come un referendum su di sé, è innegabile che l’attivismo in prima persona del presidente del Consiglio abbia riproposto il tema di cosa potrebbe accadere al governo. La maggioranza degli italiani ritiene che in caso di sconfitta Matteo Renzi debba dimettersi. Si tratta di una divisione (54 a 45) che assomiglia però agli attuali rapporti di forza tra le formazioni politiche a favore e contrarie alla riforma.

Sotto molti punti di vista il sondaggio evidenzia una spaccatura in due del Paese che va oltre la dicotomia “cambiamento versus status quo” tipica di ogni campagna elettorale. Spaccatura che è spesso presente anche all’interno degli stessi schieramenti politici e che non si esaurirà con il voto del 4 dicembre.

*Docente Marketing Politico e Public Affairs, Università degli Studi di Milano

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