In tempo di promesse e favori per il referendum costituzionale neanche la lingua italiana viene risparmiata. È il caso degli accordi, svelati a fine settembre e apparentemente fermi, tra il governo e gli autonomisti altoatesini di Svp sulla toponomastica nella provincia di Bolzano in cambio del sostegno alla riforma Boschi: ora, per difendere l’italiano in quei luoghi, si sono mobilitati 48 grandi linguisti. Il loro appello è rivolto al presidente della Repubblica, al governo, alla Consulta e alla provincia di Bolzano: “La civiltà del bilinguismo paritario è un ponte esemplare nell’Europa dei nuovi muri”, scrivono in una lettera. Ma, per capirne il senso, occorre ricapitolare.

Come raccontato dal Fatto qualche settimana fa, in Alto Adige si stava discutendo la proposta di cancellare dalla toponomastica di Bolzano e provincia la versione italiana di gran parte (fino al 60 per cento) dei nomi di sentieri, comuni, vette, fiumi, laghi in modo che siano identificati solo in tedesco. Una discussione, quella sul bilinguismo, che tra proposte e bocciature, va avanti da anni e che è nelle mani della cosiddetta “Commissione dei sei”, organo paritetico che propone le norme attuative dello Statuto di autonomia e i cui componenti sono nominati per metà dal governo e per metà dalla provincia.

Ebbene la denuncia, arrivata nelle scorse settimane dal consigliere provinciale di centrodestra Alessandro Urzì e confermata al Fatto da fonti governative, è che fosse in atto una sorta di scambio referendario: in sostanza, la “Commissione dei sei” intendeva proporre una norma che soddisfacesse le richieste monolinguistiche di Svp, il Consiglio provinciale sarebbe stato pronto ad approvarla e il governo a non impugnarla. Tutto questo, in cambio del Sì al referendum degli autonomisti, partito assai forte nei tre quarti di cittadini sudtirolesi di lingua tedesca: tanto più che la riforma Boschi non tocca affatto i poteri delle Regioni a statuto speciale e assegna alle province autonome di Trento e Bolzano due senatori ciascuna a fronte di un milione di abitanti in tutto (la Liguria, ne avrà 2 con 1,5 milioni di abitanti).

La vicenda, però, ha scatenato il mondo accademico: linguisti, esperti, docenti universitari. Quarantotto, per la precisione: dal presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini a Francesco Sabatini, professore emerito di Storia della Lingua italiana e Presidente onorario dell’Accademia; da Max Pfister, direttore del Lessico Etimologico Italiano, a Dieter Kremer, ordinario all’Università di Treviri e presidente della Società tedesca di Studi onomastici. E ancora Luca Serianni, ordinario a La Sapienza, Vittorio Coletti ordinario a Genova e Mauro Tulli, ordinario di Lingua e Letteratura greca a Pisa.

“I sottoscritti si rivolgono con urgenza alle massime autorità… – scrivono – affinché fermino in tempo l’ipotizzata cancellazione, che si rivela di esclusiva natura politica e priva di qualsiasi serio appiglio storico. Un tentativo gravemente lesivo della Costituzione, dei principi dell’ordinamento e del ruolo della lingua della Repubblica e del valore culturale e comunicativo”. Bilinguismo che è sancito da leggi costituzionali, sentenze della Consulta e da un accordo (De Gasperi-Gruber) che ristabiliva, nel dopoguerra, la parità di diritti tra i gruppi di lingua italiana e tedesca, inclusa quella linguistica.

“I toponimi – spiegano i 48 – devono essere salvaguardati come espressione più alta della cultura e delle identità i in Alto Adige. Ed è anche un mezzo efficace per favorire l’effettiva intercomprensione fra le comunità”. Funzione civica, istituzionale e pedagogica. Ogni soppressione può essere letta come “negazione del diritto alla libertà di espressione di chiunque desideri indicare in italiano nomi di luogo che fanno parte della Repubblica e della storia plurilingue in Alto Adige”. Almeno il Quirinale, garante di Carta e Repubblica, dovrebbe rispondere.

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