Il colloquio

Amir, l’italiano: “Siamo un Paese ignorante”. Intervista al rapper dello Ius Soli

Rapper e scrittore - “È in corso una rivoluzione di colori della pelle, la politica non può fermarla”

Di Francesco Musolino
2 Giugno 2017

“Per tanti anni i miei genitori mi hanno chiamato Massimo, sia a casa che in mezzo alla gente. Ma sui miei documenti c’è scritto bello chiaro, il mio nome è Amir Issaa. E sono italiano”. Risponde al telefono da casa, a Torpignattara, ha una spiccata cadenza romana e in Vivo per questo – da pochi giorni in libreria – racconta la sua storia, fatta di integrazione e immigrazione, musica e denuncia sociale: “L’Italia è un Paese ignorante, cui fa comodo dimenticare il proprio passato. Eravamo noi quelli sui barconi, abbiamo portato la mafia in America ma oggi puntiamo il dito contro i disperati che attraversano il Mediterraneo e li condanniamo senz’appello”. Amir Issaa è un rapper, fra i fondatori del celebre collettivo Rome Zoo, sino al primo album da solista nel 2005, Uomo di prestigio seguito da altri, fra cui Pronto al peggio e Grandezza al naturale. Nel 2012 ha fondato l’etichetta indipendente Red Carpet Music, ha partecipato alla colonna sonora di Scialla! e sino ad oggi è l’unico rapper ad aver calcato la passerella del Festival del cinema di Venezia.

“Fra le pagine di questo libro (Amir sarà il 5 giugno a Fiorfood Torino, l’8 al Festival Leggendo Metropolitano Cagliari e il 14 a Roma) mi metto a nudo, ma tutto comincia dall’amore di mia madre, la figlia di un fascista tutto d’un pezzo che decise di sposare un egiziano mettendosi contro tutta la famiglia. Fu uno scandalo ma il loro amore durò sino alla fine”. Amir oggi ha 38 anni e lo stesso giorno in cui la Lazio vinse il suo secondo scudetto – 14 maggio 2000 – nacque suo figlio Niccolò: “Oggi ha 17 anni e con lui parliamo di tutto, anche di droga”.

“Gli ho raccontato la storia di suo nonno, mio padre, piombato nel tunnel dell’eroina e passato da un carcere all’altro in giro per l’Italia. Ma sono a favore della legalizzazione delle droghe leggere, un tabù ridicolo”. Amir Issaa nel libro cita diversi brani dei suoi nove album e ricorda la petizione che ottenne 10 mila firme su Change.org e Caro presidente, un video-appello rivolto nel 2012 a Giorgio Napolitano per sensibilizzarlo sullo Ius soli: “L’Italia del domani sarà tutta colorata, gente con la pelle diversa che viene qui per cercare il proprio futuro lontano dalla guerra e dalla fame. Lo Ius soli è importante perché è in corso una rivoluzione e la storia non si può fermare”.

Amir, mezzo italiano e mezzo egiziano, ha gli occhi leggermente a mandorla (“mi chiamavano Er Cina”) e il tema dell’integrazione razziale, dei cosiddetti “italiani di seconda generazione” è una costante nei suoi pezzi, come in Cinque del mattino e Non sono un immigrato. Nel 2014 fu al centro di una bufera mediatica per il suo brano Ius Music e venne accusato di incitamento all’odio per alcuni versi (è la storia di un normale cittadino impazzito/ era clandestino adesso è un assassino): “Oggi c’è chi si rimbocca le maniche per un lavoro di merda per un paio di euro l’ora, ma altri si perdono nella criminalità. Noi dovremmo favorire l’immigrazione e invece si cavalca l’odio per fini elettorali”. Amir nei suoi pezzi racconta tutto, “l’amore, Roma e la vita di strada” ma si gode anche la vita.

A giorni gli consegneranno un giubbotto jeans con il disegno di un faraone-teschio (“forse sarà kitsch, ma oggi tutti sembrano volersi confondere nella massa”) che si collega al passato: “Mio padre ha chiuso la porta con l’Egitto, ma credo che le mie origini, egiziane e italiane, siano la mia vera ricchezza e lentamente sto recuperando la mia eredità culturale”.

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