Le New Balance (scarpe sportive americane di moda anche in Italia) bruciate e postate su Twitter sono la fotografia migliore dell’incapacità della sinistra di capire le ragioni della disfatta contro Trump. Prima del rogo delle sneakers c’era stata la rivolta contro i social network, accusati di aver favorito la diffusione delle balle di Trump. Così non va. Senza una buona diagnosi del male è impossibile trovare la cura. Partiamo dalle scarpe.

Tutto inizia mercoledì quando il vicepresidente di New Balance comunica di sperare che con Trump le cose vadano nel verso giusto.

La New Balance non sposa Trump in toto, ma spera solo che con lui le cose migliorino su un tema specifico: il Tpp (fratello del più famoso e abortito Ttip) cioè il Trans-Pacific Partnership, trattato di commercio internazionale che abbatte le barriere all’entrata e all’uscita tra Usa e undici Paesi tra cui Australia, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Singapore e Vietnam.

“In un momento in cui il 95 per cento dei nostri clienti vive fuori dai confini degli Stati Uniti – proclama Obama nell’ottobre del 2015 dopo la firma – dobbiamo scrivere queste regole, aprendo nuovi mercati ai prodotti americani e allo stesso tempo fissare alti standard per proteggere i lavoratori e conservare il nostro mercato. Questo farà l’accordo”. Nike si schiera con Obama e il Tpp anche perché produce all’estero gran parte delle sue scarpe. La New Balance, che continua a produrre negli Usa, si oppone.

Con una vignetta si potrebbe rappresentare la staffetta del 20 gennaio con Obama che esce dalla Casa Bianca indossando le Nike mentre Trump saltella felice nello Studio Ovale con le New Balance. La società produce buona parte delle sue scarpe in cinque stabilimenti nel New England e sul sito adotta un marketing nazionalista: “Siamo l’unica grande società a fare o assemblare più di 4 milioni di paia di calzature sportive all’anno negli Stati Uniti”. La questione che si nasconde dietro le sneakers in fiamme è più complessa di quello che sembra.

Il problema di molti americani non è il parrucchino di Trump, ma la globalizzazione. Le scarpe prodotte all’estero costano meno perché i lavoratori accettano salari e tutele da Terzo mondo e le società locali possono permettersi standard ambientali più bassi. La soluzione di Obama, con il Tpp, era l’apertura del mercato interno in cambio di un aumento degli standard delle tutele per i lavoratori stranieri oltre, ovviamente, a una reciproca apertura al Made in Usa di nuovi mercati. La ricetta democratica era fiduciosa e progressista come un abbraccio al futuro mentre quella di Trump è un pugno chiuso verso l’esterno che guarda al passato. Alla fine ha vinto Trump. E non è stata solo colpa dei social come hanno sostenuto autorevoli commentatori. Sarà vero che Facebook e Twitter hanno favorito la proliferazione di balle contro Hillary, ma è vero anche che tutti i giornali erano con Hillary Clinton e hanno tradito il loro ruolo dando per scontato che avrebbe vinto. In fondo le polemiche contro Facebook e le New Balance bruciate sono figlie della stessa sindrome dello struzzo che ha colpito i democrats e i media. Bisognerebbe invece ammettere che Trump non ha vinto perché sparava balle sui social, ma perché in tv parlava a chi ha perso il posto per colpa della globalizzazione e a chi teme di fare la stessa fine. Lo ha votato l’America ferita dal passato che ha paura del futuro. La rivale si è candidata come Clinton e non come Rodham e Donald ha avuto buon gioco a imputarle decenni di politiche e trattati basati sulla fiducia nel liberismo. Il problema della sinistra, non solo in America, non è il mezzo, ma il messaggio. Noi italiani possiamo dare qualche lezione perché abbiamo già visto questo film nel 1994. Anche allora la televisione assecondava le balle di Berlusconi, ma la sinistra ha perso perché non ha trovato un messaggio o un sogno da contrapporre.

La storia si ripete. Se Trump ha vinto non è colpa di Facebook né di Twitter, ma di chi non ha saputo trovare argomenti per ribattere al suo neo-protezionismo. Se il manager di New Balance su Twitter dice che spera in Trump – mentre Obama va a presentare il Ttp alla Nike – non ha senso dare la colpa a Twitter. Se gli operai e i manager delle grandi società votano insieme Trump per proteggere il lavoro americano non ha senso bruciare le sneakers. Bisognerebbe invece spiegare, possibilmente non solo al New York Times, ma anche ai cittadini che si informano sui social network, perché il Ttp sarebbe buono e dovrebbe aiutarli a non perdere il lavoro. Se i democratici ci credono davvero dovrebbero spiegare perché il liberismo è di sinistra mentre il protezionismo contro il dumping sociale è di destra. Ma forse è più facile postare su Twitter (dopo un post contro i social) la foto delle scarpe in fiamme.