Il maestro Bianchi era il maestro Bianchi e, come prima di lui la maestra Pozzi e dopo di lui il maestro Turelli, non aveva nome, era il maestro Bianchi e basta, e anch’io mica ero Aldo, ero o Busi o Barbì, il figliolino della capra per via dei miei capelli ricciolini, nessuno si chiamava per nome a quel tempo, donne a parte e solo tra di loro faccia a faccia, tanto si chiamavano quasi tutte Mariô, e se non ci si chiamava per cognome era per nomignolo, Bèk, Polastrel, Ciaelô, Gosatù, Rescàt, Bèlôfigô, sempre per un uomo.

Eravamo più la radice che la gemma, ci suonava storto se qualcuno nel declinare le proprie generalità osava anteporre al cognome il nome che per pudore andava posposto, e per la fusione della radice con la gemma nel frutto c’era tutto il tempo. Io mi sono reso conto che si chiamava Agostino solo decenni dopo, dal suo coinvolgimento nel fondare e allestire – da sanguigno, suppongo, partigiano mai ex – il Museo Storico del Risorgimento nell’abside della Chiesa del Suffragio, o forse l’ho saputo addirittura dai manifesti funerari che dicevano anche che era nato nel 1921, ma pure adesso faccio fatica a ricordarmelo con quel suo nome di battesimo, però so come fare a ingannare la memoria mai impressa da scolaretto: passo dall’omonimo romanzo di Moravia e ci sono, e eccolo lì per intero, maestro Bianchi Agostino, come fosse il titolo di un quadro di Chagall e lui un uomo allampanato e sognatore che vola sopra i tetti delle scuole elementari di Piazza Trento recando per me nella destra un trofeo prodigioso: un coloratissimo pesciolino piatto con le guance paffutelle tutte rosa e gli occhioni neri e la coda verde bandiera e la boccuccia rosa tirata in su che… ride!

Nel 1956 sono entrato da lui in terza e rimasi subito colpito all’udito, perché parlava una lingua straniera… con la maestra Pozzi di prima e seconda gli sfoghi in dialetto erano prassi quotidiana… che poi scoprii essere l’italiano toscano ovvero l’italiano e basta, idioma esotico che a pieno titolo si iniziò a imparare a parlare non grazie alla televisione e alla radio, che i più non avevano, ma grazie a lui e con lui e quasi poi con nessun altro a Montichiari fuori da scuola, perché era come darsi delle arie, ci si vergognava, come facevi a dire a quei bruti del pirlo “perché” anziché “perchè” alla lombarda o “quattórdici” facendo la bocca a agnolotto per pronunciare quella “o” stretta stretta anziché “quattòrdici” per non dire proprio “quatordes” alla vataciao tua di nascita, ti tiravano dietro un cuspitù indecifrabile, “pàrlô come ta maiet, encülat a machinô”… che poi scoprii, sempre decenni dopo, trattarsi della macchina da cucire Singer, allora arrivata da poco nelle case, che dispiegava sulle pezze spesso riciclate dai vecchi materassi quell’ago micidiale che andava dentro e fuori a mitraglietta, da cui perciò “parla come mangi, inculato a macchina”… a meno che l’italiano non fosse usato per parlare con i forestieri, che avevano lingue molto più italianizzate del dialetto bresciano o che per farsi capire a dovere ricorrevano a una lingua meticcia italianizzata, a un esperanto dialettale standard quando si trovavano fuori dal loro territorio, tipo i veneti e friulani “balutì de caài”, i mediatori di bestiame… ma di preferenza di cavalli da macello… che venivano a mezza mattinata del venerdì giorno di mercato a mangiare la trippa, il baccalà e le lumache con gli spinaci o, specie in inverno, a scolarsi un marsalino o a sorseggiare un punch al mandarino alla Trattoria del Cervo dei miei e, in seguito, i ricchi allevatori e commercianti emiliani e piemontesi che il giovedì pernottavano all’Aquila D’Oro – locanda con cucina gestita sempre dai miei, di vocazione oste nomade lui, per via della buonuscita che faceva sparire in merende diuturne e assaggi prolungati fuori casa, e disperata bestia da soma cuoca tuttofare con frustrata aspirazione stanziale mia madre, veneta di ferro dalle mani e dalla favella d’oro – e che di sera tardi pretendevano la brocca di acqua calda in camera per radersi, dicevano, e “spuzzare di buono”… di Prep, di Acqua Velva, di Vétiver, che sopra la puzza di stalla erano la definitiva resurrezione dei miasmi del letame, e a parte la scia di rivoltante gelsomino lasciatogli addosso dalle due moraccione in visita di soppiatto… per il grandioso foro boario dell’indomani che iniziava alle quattro del mattino, di cui si diceva fosse il secondo d’Italia dopo quello di Cremona.

Il maestro Bianchi non arrivò alla fine del primo giorno di scuola che già aveva tirato fuori dalla sua cartella di cuoio consunto ma passato scrupolosamente a cera un aggeggio bislungo di ferro con una lametta seghettata che si chiamava “traforo”, parola fino a quel momento associata da poco al solo Monte Bianco, poi delle assicelle di compensato, un vasetto di colla e dei tubetti di colori a olio e, dopo avere tratteggiato i contorni a matita, cominciò a produrre con le sue mani minuscoli trucioli, e quel rumore della lametta seghettata che forzava il compensato a vagheggiare il raglio ostinato di asini piccolini.

E improvvisamente, seppure ancora allo stato grezzo e senza carteggiatura, ecco che quelle mani ossute e bianche e forti dalle unghie immacolate libravano davanti ai nostri occhi incantati un pino, una casetta, uno squalo, e addirittura Pinocchio, “Sono il nuovo Geppetto”, disse lui già tutto impolverato, e giorno dopo giorno Biancaneve e la Sirena, una donna, vestitissima seppure solo delle sue chiome, con la coda di pesce, creature di fiaba che di lì a pochi giorni riapparivano in fila sulla cattedra dipinte con uno strabiliante amore del dettaglio e della sfumatura. E una volta lì schierati diventavano i Premi Per I Più Bravi: per Il Più Bravo In Geografia, in Storia, in Aritmetica, in Disegno, nelle tabelline a memoria, nel tema, nel dettato, nella lettura a alta voce “con sentimento”, nell’analisi logica, ma anche per Il Più Bravo A Stare In Castigo, Il Più Bravo a Scaccolarsi, il Più Bravo A Non Fare i Compiti A Casa e, con le penultime rondini di aprile, Il Più Bravo A Sgraffignare I Panini Degli Altri Nella Gita A Solferino E San Martino, sicché, meritevoli così e meritevoli cosà, a fine anno ci ritrovammo tutti e trentasei… e alla fin fine anch’io… con una di quelle meravigliose creature che ci spronavano alla manualità e ci insufflavano i rudimenti dell’estetica, che in soldoni consistono, sì, nel fatto che l’occhio vuole la sua parte ma, ci disse lui, soprattutto nel fatto che andava “messo a fuoco l’occhio della mente”, “la vista fantastica”, e chi ci capì qualcosa al volo alzi la mano, ma il maestro Bianchi questo lo sapeva, buttava lì dei precedenti indizi per farti individuare la tua strada davanti proprio come Pollicino buttava dietro di sé i sassolini bianchi per ritrovare la strada verso casa, era l’indispensabile prima volta di un seme a contatto con una zolla a sua volta vergine, il raccolto delle idee organizzate e strutturate sarebbe venuto da sé, e le cose più belle e importanti sono quelle che ancora ignoriamo o che non capiamo subito, un vero maestro non si accontenta di dirti quello che sai già e nella sola forma che afferri, sperimenta, sollecita, provoca, crea collegamenti intellettuali tra bellezza e bruttezza e tra bene e male dai significati impensati e solo dagli sciocchi ritenuti “non adatti a quell’età”, ti prepara una dote di emozioni compiute di cui sei il padrone in divenire, e senza averne l’aria ti fa gli artigli di più lunga durata e maggiore presa contro gli ostacoli e i dispiaceri della vita che incombono, gli artigli dell’allegria e dell’autoironia che fanno fuori ogni inclinazione all’autocommiserarsi e invitano alla gratitudine per il tanto, per il poco e anche per il meno ancora, e intanto lui distribuiva i premi dei suoi arcobaleni dalle fattezze più buffe e incredibili.

Ricordo una mucca pezzata che non esisteva in natura perché era pezzata di lilla a pois gialli data a uno dei Campagnoli che non era il più bravo in niente perché prima di venire a scuola doveva andare in stalla a mungere e arrivava stanco morto con le candele che gli piovevano in bocca giù dal naso schiacciato da una rastrellata che si era dato mettendoci su il piede col gambale e niente fazzoletto, solo le maniche della blusa nera, e il maestro Bianchi gli diede quel capolavoro di bovina metafisica solo perché per un po’ l’aveva convinto a non servirsi di nascosto anche delle maniche del compagno di banco e poi, senza neanche sbuffare, si risolse a darglielo lui un fazzoletto, non suo del tutto perché, per qualche misteriosa ragione o parentela, era “un fazzoletto di Battista” e lo rivoleva indietro lavato e stirato.

Il maestro Bianchi abitava con la moglie “la Bianchi” in una casa più corridoi e finestroni su un cortile non suo che altro, un due stanzine incuneate tra l’osteria dal maestoso pergolato Alle Due Chiavi, insegna da noi grandicelli completata con “e alle tre anche”, e la casa alta e stretta dalla bellissima cancellata in ferro battuto dipinto di verde della famiglia Bioni dei due cinema, il Gloria, proprio lì di fronte, e il Moderno, in fondo al viale degli ippocastani, quasi a allontanare la peccaminosità dei film in cartellone (impensabile che per esempio Senso e La contessa di Castiglione e, qualche anno dopo, La ciociara venissero dati non al Cinema Moderno, più indicato per le marocchinate di fine guerra su prede cenciose e affrante quali la Loren oltre che per le procaci scollature di Alida Valli e Yvonne De Carlo, ma al Gloria, così vicino al duomo di Santa Maria Assunta… ma assunta da chi e per fare cosa non lo sapevo, e più cercavano di ficcarmelo in testa che significava “volata in cielo”, ma mai il maestro Bianchi, più mi entrava da una parte e mi usciva dall’altra, “Che assunta assurda!”, dicevo, e insistevo per sapere da don Pierino, dalla perfida verga di salice che lasciava la cicatrice, o da don Tullio Spurchignù, tenuto sempre a due metri da me anche per il fiato di merda, se le davano il giorno di riposo all’Assunta… e poi, il Cinema Gloria, attaccato com’era da una parte alla chiesa di San Pietro e dall’altra al convento delle Suore Canossiane del Sacro Cuore, era un posto di per sé più per robe da chierichetti dal doppio fine, che avevano l’entrata gratis, tipo Ridolini o Stanlio e Ollio, o per catechisti in costume pro Gloria In Excelsis Deo tipo La Tunica con la t maiuscola o Ben Hur o tutti i Doncamilli e i Pepponi o finalmente Marcellino pane e vino, che invece delle solite catacombe e dei gladiatori nell’arena col suo pastone di cristiani pronti a immolarsi alle fauci fameliche delle bestie feroci… inutile dire per chi tenevo io… aveva le celle del convento e, al posto dei leoni nel chiostro, i suoi frati che dicevano il rosario facendo il trenino e finivano salmodiando in cantina con Marcellino a miccare il pane nel vino).

Oltre all’odore di acqua ragia, dell’abitazione dei Bianchi ricordo questo corridoio che immetteva in un altro perché una volta, una domenica del 1957, tra metà e fine giugno, a scuole già chiuse e pagelle appena consegnate, e io ormai senza un dono del suo traforo, lì ci sono stato, di mattina prestissimo per non essere battuto dagli ingordi a sbafo della mia classe, e la giovane coppia di sposi, non ricordo se già con prole o ancora senza, una volta che per vie traverse arrivammo tutti e tre in cucina, mi mise subito davanti a una scodella di caffellatte bollente con dentro in più una cucchiaiata di cacao per mano di lei, che si sarebbe chiamata Ramazzotti Giulia pur vezzeggiata in Mimì se qualcuno non l’avesse chiamata, per l’appunto, la Bianchi e s-ciao, e zucchero e biscotti a volontà, biscotti così voluttuosi al palato, così friabili, che si scioglievano in bocca come neve alla vaniglia di cui adesso non mi viene il nome, e quando mi si chiese che cosa era successo ovvero che ero venuto a fare a quell’ora, era troppo tardi, le ganasce andavano a mille e non me lo ricordavo più. Mica vivevo nel morso della fame in una delle baracche degli sfollati di Borgosotto, quei cibi, esclusi quei biscotti speciali, li avevo anche a casa mia, visto che era un’osteria e che con il cacao in polvere e il latte ci facevamo la cioccolata calda per le donne delle frazioni che lasciavano lì la bicicletta in deposito e per due moraccione di zingare pulite e profumate, si fa per dire, di gelsomino che venivano “a dare un’occhiata” ai gentili clienti che pernottavano lì, quel bigotto di mio padre le cacciava fuori dall’ingresso principale, mia madre, che le aveva prese a cuore più per senso pratico che per spirito di misericordia, le tirava dentro dal portone a fianco usato dai birocci perché, gli gridava dietro, “ognuno si guadagna il pane come può, e poi danno via del loro”, e non era del tutto vero che fossi capitato in casa dei Bianchi come un fulmine a ciel sereno per elemosinare una casetta con la nuvoletta intarsiata nel camino o un porcellino con la coda a cavatappi che non mi spettava, se non aveva voluto darmi niente, nemmeno lo volevo più, ma adesso mica potevo “confessare” che volevo verificare dal vivo l’effetto dell’espressione appena sentita “cogliere nel sonno”, la morte aveva colto nel sonno qualcuno degli avventori e io volevo cogliere nel sonno la vita del mio maestro Bianchi, che non mi aveva ancora dato niente in premio, per arrivare prima della morte, svegliarlo e salvarlo, e con lui la figurina di compensato colorato che bramavo in segreto ma alla quale avevo detto addio per sempre e, oscuramente, con la figurina finita comunque nelle mie mani per un qualche testacoda della fortuna, salvare me, scappare con lei in tasca e mettermi in salvo, non morire ammazzato io nel sonno, tutto qui.

Che invidiabili farneticazioni hanno i bambini per cavarsi una curiosità ordendo dal poco e niente grandi avventure del sapere con chi hanno a che fare quando si dicono “io” e non afferrano ancora bene io chi è! Sempre che non mi fossi inventato tutto un vocabolario per non dire proprio la cosa che mi pesava sul cuore, che non era certo l’essere stato escluso da quel segno, anche grezzo e senza colori, di una qualche stima, e ero corso dal maestro Bianchi appena possibile per dimenticare quella certa cosa ancora dolorante addosso, non certo per parlargliene…