“La polizia ha fatto bene a intervenire, la manifestazione non era autorizzata”, ha detto a La Stampa Matteo Salvini a proposito del pugno di ferro di Putin sugli oppositori e dell’arresto del blogger Alexei Navalny. E subito siamo ritornati agli anni lontani della nostra gioventù, quando dopo una bella retata di dissidenti, i leader dei partiti fratelli dell’Urss, da Ulbricht a Gomulka, sgomitavano per allinearsi alla “giusta decisione del compagno Breznev”. E se proviamo a immaginarlo provvisto di un paio di baffoni alla Stalin, ecco il leader leghista che, come in una pellicola sgranata di Peppone e don Camillo, esalta il paradiso di Mosca, soprattutto quello fiscale “perché c’è una sola tassa unica”.

Possiamo dirlo, estromesso l’appassito Silvio Berlusconi, adesso nel lettone di Putin tocca al ragazzone felpato rotolarsi beato, lui che fra l’Europa democratica e l’autocrate del Cremlino non ha proprio dubbi. Tanto più che Vladimir, corbezzoli, “ha un indice di popolarità pari all’85 per cento”. Un amore così travolgente e puro, quello di Salvini che, come nello spot di un famoso dopobarba, non deve chiedere mai. Infatti, se poco poco uno si azzarda a ipotizzare nello scambio di amorosi sensi la presenza di qualche generoso e gradito cadeau (ricordate l’oro di Mosca ai tempi del vecchio Pci?) subito il prode Matteo strabuzza, digrigna e parte a raffica: “Come si permette, si vergogni”.

Noi che molto ci vergogniamo, restiamo dell’idea che a parte il folclore padano, la presenza di una quinta colonna putiniana nel cuore dell’Europa, oltre ad agire come un cuneo devastante nelle molte crepe dell’Ue, ponga un serio problema agli Stati nazionali. Con il rischio concreto di indebolirne quella stessa sovranità che la destra sovranista alla Salvini&Meloni va proclamando nelle piazze e in tv. Quelli, per intenderci, che al posto dei burocrati brutti e cattivi di Bruxelles preferirebbero metterci la grossa zampa dell’orso russo. Mentre Salvini può accontentarsi di una photo opportunity con un perplesso ministro degli Esteri Lavrov, Marine Le Pen – scrive Anna Zafesova su IL (magazine del Sole 24 Ore) – “ha già ripagato i favori delle banche russe promettendo di riconoscere l’annessione della Crimea e mantenendo per i russi residenti in Francia il doppio passaporto che vuole negare a israeliani e americani”. Che la possibile vittoria della leader del Front National segnerà la fine dell’integrazione europea è un dato di fatto. Questo è il vero obiettivo dello zar Vladimir, “il politico più elitario e paternalista che ci sia in circolazione”: la negazione stessa di quel populismo che viene a omaggiarlo, riconoscente e indecente, sulla piazza Rossa. Il che rende incomprensibile un altro invaghimento, quello dei 5Stelle che apprezzano l’operato dell’ex Kgb sia pure in modo meno smaccato rispetto a Salvini. Che Luigi Di Maio spiega con la necessità di eliminare le sanzioni alla Russia, “che hanno fatto perdere 5 miliardi di entrate alla nostra piccola e media industria”.

Se non fosse che davanti alle giuste ragioni del business non si può fingere di non vedere i tanti comportamenti illiberali sulle rive della Moscova. Il soffocamento del dissenso e il silenzio che circonda l’eliminazione dei tanti giornalisti scomodi (Anna Politkovskaja per tutti), senza contare l’ingerenza anche cibernetica nei meccanismi delle nostre democrazie (Trump insegna). Putin non è certamente il nemico, ma considerarlo un amico di cui fidarsi non è imprudente?