Il ricordo della piazza del V-day non pare colpirlo. E il giudizio su cioè che ne è scaturito, il M5S, è severo. Ma il sociologo Luca Ricolfi riconosce anche qualche merito al Movimento.

Dieci anni dal V-Day: ma cosa rappresentava quell’evento?

Per quel che ricordo c’era grande insoddisfazione per il governo Prodi, specie dopo l’indulto e la manovra economica. È il caso di ricordare che la serie storica delle famiglie “che non arrivano alla fine del mese” raggiunse un picco verso la fine di quell’esecutivo.

Quella piazza era la culla del populismo? Ammesso che questo termine abbia una accezione precisa…

Il termine populismo non è confuso, vago o polisemico come in tanti dicono. Nei libri di Marco Tarchi, ad esempio, il concetto è messo a fuoco in modo preciso e più che convincente. E il movimento di Grillo corrisponde perfettamente al tipo ideale, anche perché, a differenza di quasi tutti gli altri movimenti, italiani ed europei, più o meno correttamente etichettati come populisti, non è sbilanciato né a destra né a sinistra. Solo in Italia, grazie ai Cinque Stelle, è dato osservare un movimento populista allo stato puro.

Il V-day invocava un Parlamento senza condannati in via definitiva, il limite di due legislature per i parlamentari e l’introduzione delle preferenze nella legge elettorale. Tutte buone idee?

No: qualcuna era ottima (niente condannati), qualcuna discutibile (le due legislature, le preferenze). Il punto, però, è che i guai dell’Italia sono altri, il poco lavoro e la poca crescita. E su questi problemi i Cinque Stelle non hanno idee che possono funzionare.

Si può dire che il M5S abbia inciso positivamente su temi come la trasparenza e il taglio degli sprechi?

Mi pare che, sugli sprechi e la trasparenza, la politica riesce a mala pena a fare modeste operazioni di immagine: vendita di auto blu, qualche limatura ai privilegi della casta, qualche legge di fatto inapplicata o inapplicabile (e parlo dell’accesso ai dati della pubblica amministrazione).

Grillo lo rivendica spesso: senza i 5Stelle la protesta di molti sarebbe degenerata. È d’accordo?

Sì. Aggiungerei che è stupefacente che il Movimento sia nato così tardi. C’è una sociologa italiana, Cinzia Meraviglia, che già nel 2001 – con una tecnica matematico-statistica molto sofisticata – aveva scoperto l’esistenza di un segmento elettorale nascosto, potenzialmente esplosivo, e sostanzialmente privo di rappresentanza politica.

Si parla molto della conversione moderata dei 5 Stelle, con la svolta a destra sull’immigrazione e la frenata sull’uscita dall’euro. Lei nota questo cambiamento, e se sì, era naturale? La piazza di Bologna è “lontana”?

Era naturale e comunque Grillo era anti-immigrati fin dalle origini. Il fatto è che il popolo vuole tenersi l’euro e non ne può più del disordine migratorio: il movimento di Grillo non fa che assecondare i sentimenti popolari, senza bisogno di alcun sondaggio.

Ora, in definitiva, cos’è il Movimento 5 Stelle? E cosa può diventare?

Il M5S rappresenta quella che io chiamo la “Terza società”, o società degli esclusi, le cui dimensioni sono enormemente cresciute durante la crisi. Cosa può diventare? Nessuno lo sa, però tendo a pensare che non dipenderà da loro. Il personale politico è quello che è, sconfortante come quello degli altri partiti, e tale resterà. Se l’economia si riprenderà e Minniti terrà la barra dritta, i Cinque Stelle arrancheranno, se invece l’economia dovesse attraversare un’altra crisi e gli sbarchi dovessero tornare ai livelli del triennio renziano, i Cinque Stelle potrebbero anche veleggiare verso il 35-40% dei consensi. Senza contare la variabile terrorismo, che fortunatamente è l’unico ingrediente del cocktail populista ancora assente nello scenario italiano.