Guzzanti cosa vota oggi?

Voto No.

Non è spaventato dall’arrivo dei barbari, dallo spauracchio dell’“epoca assiale” dentro cui siamo finiti con Trump votato dal minatore del Minnesota? Non ha ceduto al ricatto “se voti No, voti come Brunetta e Salvini” (ma anche come l’Anpi)? Non la sente questa pressione in quanto persona di sinistra?

Voto un “No” non troppo convinto, senza provare il brivido dell’asse rovesciabile, la perversione di trovarmi dalla stessa parte di Brunetta e di Salvini, contro un partito che ho sperato diventasse un’altra cosa e con un’opposizione che ho sperato diventasse un’altra cosa. E invidio i miei con-votanei così carichi di energia, così convinti di salvare la Costituzione da una imminente dittatura. Io so per certo che questo referendum ha inutilmente sbriciolato il paese, riportandolo sull’orlo di una inutile guerra civile, virtuale ma violenta.

Se è titubante eppure vota No, vuol dire che giudica lo scenario che si aprirebbe col Sì peggiore di quello che si avrebbe col No. Cosa teme?

Mi preoccupa il futuro del mio Paese. Un bilanciamento ingestibile dei poteri, un caos istituzionale nel rapporto con le Regioni, un milione di ricorsi, un esercito di pregiudicati con l’immunità. Lo strapotere dei partiti. Sindaci infartuati da ubiquità. Un dibattito culturale perenne sulla definizione del termine “strategico”. Ma le conseguenze politiche ci saranno in ognuno dei due casi e la situazione italiana ed europea è esplosiva.

La promessa del cambiamento, che in questi mesi ci è stata data come neutra, e come se Renzi fosse appena arrivato, non è necessariamente incoraggiante, anche a voler favorire un ottimismo della volontà.

Nessuno credo possa dire in estrema onestà di votare tutto testa e niente pancia. Impossibile non tenere conto del giudizio che si cova su Renzi, sul Jobs Act, sulle riforme arenate, sulla Rai… ecc. Forse vota di testa solo chi ne vede direttamente un vantaggio per sé stesso, e ce ne sono, e non necessariamente si cura del bene collettivo.

Si è trasformato il referendum in una elezione, ma ci saranno comunque le elezioni nel 2018, ammesso che si capisca con che legge andremo a votare.

Sullo sfondo c’è l’Italicum, per la seconda volta una legge elettorale di cui si vergognano tutti. Vaghe promesse dicono che verrebbe modificata (poco? Molto? Quello che Renzi agitava l’altro giorno resterà un fac-simile?) ma lo scopriremmo solo a vittoria del Sì avvenuta. Come il secondo livello di un videogioco.


Basta un Sì.
Da una parte un semplice Sì, la parolina deresponsabilizzante che si chiede di pronunciare agli analfabeti; dall’altra ampollosi ragionamenti di professori bloccati dalla zavorra delle argomentazioni. Renzi ha imposto questo schema e noi ci siamo cascati tutti?

Ho seguito quasi ogni dibattito, ogni confronto televisivo, cercando di sopportare l’overdose di ipocrisia, di furbizia dialettica, di patetici dribbling, di teatro. Ho visto perlopiù giornalisti che nella ritualità della par condicio non provavano mai ad inchiodare qualcuno su un punto sensibile ma giocavano col cronometro e si godevano la rissa. Mai qualcuno che dicesse: “Fermi tutti, non ricominci da capo con la solfa del superamento del bicameralismo perfetto e sul risparmio netto di quasi undicimila euro. Lei non esce da questo studio se non ci spiega per filo e per segno perché avete pensato a questo senato parafarmaceutico. Lei sa che se la riforma avesse abolito semplicemente il senato forse l’avremmo votata tutti, lei sa che sarebbe bastato garantire il voto diretto dei cittadini e forse l’avrebbero votata quasi tutti? Perché l’avete scritta così? E perché avete scelto il sanscrito? Cos’è questo disprezzo per la lingua italiana, proprio voi di Firenze?”.

Il quesito che oggi troveremo sulla scheda ricalca questa semiotica basata sul raggiro.

Il cuore del conflitto è questo. Se la riforma rispecchiasse il quesito del referendum forse voteremmo tutti Sì in massa, ma il quesito è falso. Insieme è prolisso e omette tutto.

È l’essenza del linguaggio autoritario. Paternalismo e delega, il “ci penso io” di B. ma condito con immagini emotive e infantili. Non trova insopportabile la retorica della semplificazione, per una materia tanto delicata?

Paradossalmente il bicameralismo perfetto si può superare anche con un’esplosione nucleare. Il “come” qui è tutto. La materia della modifica dei rapporti di potere nelle istituzioni è estremamente complessa e criptica, e il modo di esporla è furbescamente naive e fanciullesco. Quello della Boschi leggendario, la gioia dei miei colleghi satiri. Cripticità e naïveté sono una combinazione pugilistica doppiamente frustrante per chi cerca di capire e poi di scegliere.

In base a questo scenario, c’è da aver paura più se vince il Sì, che il No, al contrario di quel che ci hanno propinato in questi mesi i potentati mondiali.

Sì, anche se ti confesso che sono altrettanto scettico con chi dice: “Avete visto? Vi preoccupate della Brexit e invece è una festa! Vi preoccupavate di Trump e invece non farà mica davvero il muro col Messico… non si circonderà certo di fascisti guerrafondai!”. Alcune conseguenze si rivelano sui tempi lunghi. Spesso neanche troppo. Mi viene sempre in mente la barzelletta sul cretino (non ricordo se indossasse una divisa di qualche tipo) che cade da un altissimo grattacielo lanciando urla di terrore ma poi raggiunto il cinquantasettesimo piano si rassicura dicendo “beh, però fin qui tutto bene”.