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sabato 21/05/2016

Paolo Virzì: “Pensando a mia madre ho raccontato la Pazza Gioia delle vite disperate”

“Né dramma né commedia, tutti noi siamo spaventosi e ridicoli al tempo stesso”

La voce di Paolo Virzì si incrina, ma forse è solo rumore di fondo, stanchezza, tabacco, suggestione: “Nel 1969, quando avevo cinque anni, mia madre Franca, una donna che ho molto amato dal ciclo umorale già notevolmente accentuato, ebbe una disavventura gravissima. Partorì un bambino senza vita, dopodiché impazzì. La mia confidenza con la psichiatria viene da allora. Dall’essermi seduto vicino a lei durante le interminabili ore trascorse nelle sale d’attesa, dall’averla accompagnata da tanti medici, dall’averla vista passare dai brevi, fugaci stati di catatonia in cui non si voleva nemmen alzar dal letto, alla perdurante euforia in cui anche il passante per strada era qualcuno a cui voler bene. Mi incontravano e indifferenti al mio imbarazzo mi dicevano: ‘Ho conosciuto la tu’ mamma’. Lo dicevano ridendo perché lei era spudorata, mitomane, eccessiva e non di rado attaccava bottone con gli sconosciuti. In una storia in cui c’è ovviamente anche molto dolore, della meravigliosa follia di mia madre, mi ricordo soprattutto la parte giocosa”. Sospetta, il regista livornese, che “alcuni disturbi siano ereditari e sentendomi un po’ pazzo anch’io e avendo familiarità con quel particolarissimo aspetto della natura umana, per certi versi, fungo da calamita. Gli psicopatici vengono tutti da me, sentono terreno fertile”.

Nel magnifico La pazza gioia, il suo dodicesimo film, sceneggiato per la prima volta con Francesca Archibugi, si ride e si piange, come sempre. Commedia? Dramma? “I confini – dice Virzì – sono labili. Non saprei raccontare una storia senza confondere gli elementi e mi domando come mai si debba per forza scegliere una definizione quando nella vita siamo spaventosi e ridicoli al tempo stesso”. Una casa di cura chiamata Villa Biondi. Molti matti. Tanti medici. Qualche guardiano. Un recinto. Una fuga. Due ragazze in viaggio verso un mondo più folle di loro. Poi desideri, amicizia, amore, compassione, brutalità, mostri, debolezze, umorismo.

La cifra di Paolo Virzì, erede legittimo tra abusivi e millantatori di una stagione del nostro cinema rimpianta a ondate con rinnovata ipocrisia. Con i volti e le inconciliabili biografie immaginarie di Micaela Ramazzotti (Donatella Morelli, una disgraziata rapinata di figli, sogni e prospettive) e Valeria Bruni Tedeschi (Beatrice Morandini Valdirana, una nobile rapidamente internata dalla famiglia che vagheggia i lussi di un passato che non tornerà) Virzì è stato applaudito alla Quinzaine e ha conquistato Cannes. Ora, in attesa dei prevedibili premi che verranno, si appresta a replicare il trionfo francese con il pubblico italiano: “L’idea era di fare un film leggero, libero, scatenato, avventuroso e anarchico in Toscana affrontando un tema che mi sta a cuore. Io e Francesca volevamo colorare di allegria due esistenze disperate, simili e diversissime tra loro”.

Crede di esserci riuscito?
Spero, l’accoglienza è stata molto toccante. Sono contento di aver fatto incontrare queste due attrici. Volevo vedere se dal loro sodalizio poteva nascere qualcosa di selvaggio e anticonvenzionale.

Che salto è stato passare dalla controllata Brianza delle ville de Il capitale umano al caos di Villa Biondi ne La pazza gioia?
Venivo da un film più freddo, controllato e narrativamente geometrico e volevo girare una storia viscerale che accompagnasse abbracciando le nostre protagoniste al di là delle loro cazzate, dei loro errori, delle loro conclamate imperfezioni.

Nel film recitano attori professionisti e ragazze provenienti da veri centri specializzati nell’igiene mentale. Che atmosfera si è creata sul set?
C’era un’aria da progetto condiviso. Quando da Montecatini sono arrivate le ragazze che nella vita reale stanno veramente in cura, sul set ha preso corpo un’allegria delirante. Era alternata a momenti dolorosissimi, ma è stata quell’alternanza a far battere il cuore del film.

Che risultato restituisce una lavorazione così anomala?
Un sapore da buddy movie, da canzonatura compassionevole, da Don Chisciotte e Sancho Panza fuori dal tempo e senza regole. E poi stanchezza e felicità. In tutti credo. Ai miei collaboratori, proprio come a Micaela e a Valeria, ho chiesto tantissimo.

Micaela Ramazzotti, Donatella Morelli, è una sconfitta. Valeria Bruni Tedeschi, Beatrice Morandini Valdirana, interpreta invece una contessa dai nobili principi: “I servitori, che servano”.
La loro diversa estrazione sociale è una delle chiavi del loro incontro. Donatella soffre e non vede il domani. Beatrice invece guarda solo al recente ieri e alle tovaglie di fiandra. Ma sono entrambe frustrate ed emarginate. Hanno voglia di allegria.

Prima evocava Don Chisciotte e il suo scudiero. Il rapporto tra Ramazzotti e Bruni Tedeschi, almeno inizialmente, non è paritario.
Guida Beatrice. Donatella le va dietro per assecondarla, ma la teme. Sviluppano un rapporto, ma non sono sicuro di poterlo chiamare amicizia. È una relazione bellicosa che prende il via da una tipica dinamica tra padrone e schiavo. Poi lo schiavo si ribella perché conosce la vita e le leggi della strada meglio dell’altra che vive in una perenne invenzione mitomaniaca.

Nella figura di Valeria Bruni Tedeschi aleggia in effetti il sospetto della mitomania.
Un po’ mitomane è. Ma da dove vengono la sua alterigia e la sua prepotenza? Da un gravissimo problema di autostima. La sua è come un pallone bucato: ha bisogno di soffiarci dentro per non morire. Ma esattamente come a Donatella, a Beatrice non dà retta nessuno. La madre la chiama “la deficiente”. A Villa Biondi le altre pazienti ascoltano distrattamente i suoi vaniloqui e intanto le ridono dietro. C’è una sola cosa, una sola frase che la fa essere felice.

Quale?
“Ti voglio bene”. Gliela dicono sia l’autista del pulmino, quando dà in escandescenze, sia la psicoterapeuta che la conosce meglio di chiunque altro. È una bella frase “ti voglio bene”. A volte penso che in un mondo di odiatori di professione, dovremmo provare a dirla tutti i giorni, soprattutto agli odiatori stessi. A volte invece penso il contrario.

Ci parli del contrario.
Tutti a dire che Twitter e Facebook sono sputifici a cielo aperto, covi di gente che non vede l’ora di picchiare con la tastiera. Però, mi viene da dire, che continuino. Meno male che esistono le tastiere. Forse se Olindo e Rosa avessero trollato il mondo a forza di invettive, maiuscole e punti esclamativi, non avrebbero desiderato vedere il sangue dei vicini.

Fuori dalla comune, in fuga tra le gente, le due protagoniste incontrano un’Italia neorealista.
A un certo punto per leggere l’immediato avvenire le due vanno dalla veggente, proprio come in Ladri di biciclette. Me l’ha fatto notare Christian De Sica, io non ci avevo pensato.

Come in tutti i suoi film non mancano ceffi e cialtroni descritti con un’attenzione che fa sospettare una conoscenza diretta.
Sono cresciuto in un bel cespuglio di trucidi. Nel mio quartiere, il Sorgenti-Corea di Livorno, c’era gente capace di dire Vittorio Emanuele Re d’Italia e Imperatore di Etiopia con un solo, singolo rutto o capaci di prenderti per il colletto e attaccarti al muro con gli occhi fuori dalle orbite: “Ripetete, cosa gli fo io alle vostre mamme?”. La meschinità della provincia la conosco bene. La gente che frequenta il Seven apple, il locale in cui Micaela giovane balla sul cubo, anche.

Ci andava?
In comitiva, con gli amici, a bordo del Ciao o del Bravo. Ad arrivare ci voleva più di un’ora. Una volta lì trovavamo ragazze inarrivabili e un ganzume generalizzato che osservavamo nella straziante inadeguatezza dei vent’anni.

Tra i ceffi di cui parlavamo, spiccano Marco Messeri e Bobo Rondelli.
Messeri è un uomo disperato. Uno che sognava di far strada nel mondo della musica con il Trio uragano e che ti immagini in certi tinelli già cantati da Paolo Conte. Mi piacerebbe farci uno spin-off sul Trio uragano. Lui, come Bobo Rondelli che con perfido divertimento faccio pisciare da un balcone in testa a Valeria, sono miserabili che non riesco a non guardare con compassione. Li canzono compatendoli, che è la stessa cosa che faccio con me stesso, tutti i giorni.

Vorrebbe guardarli diversamente?
Ho una temperatura un po’ ruvida nel guardare i sentimenti, me ne rendo conto. Mi piacerebbe essere più elegante e garbato e accontentare i puristi, ma temo di non farcela ad accontentare questi signori. Penso che raccontare significhi proprio condividere e svelare le ragioni dei più stronzi e dei più beceri.

Vedendo La pazza gioia sembra saper svelare anche quelli delle persone considerate clinicamente pazze.
Non credo nella redenzione e neanche nella guarigione. Non so se la nostra malattia di vivere sia curabile e se me lo chiedo, mi rispondo di no. Ma anche se sono tempi in cui prevalgono paranoia e paura, non mi dispero. Le dicevo prima del mio Io matto. Mi sento anch’io nel recinto ideale delle persone che occupano Villa Biondi. Ho il grande privilegio di poter consumare questa mia parte nel lavoro. Per altri la convivenza con la nostra metà più folle può essere difficile.

Tempi, diceva, in cui prevalgono paranoia e paura.
Abbiamo avuto la scena politica occupata per vent’anni dal miliardario grottesco e la sinistra popolare, inibita, si è costruita un recinto di bellezze che escludeva l’uomo comune. Era il tema di Ferie d’agosto, tema già superato. Oggi le cose sono cambiate. C’è Trump, che grida: “Non dobbiamo vergognarci di essere egoisti, ma pensare soltanto ai cazzi nostri”. È un discorso che mentre un pezzo di pianeta preme alla porta e l’altro mezzo trema, insieme al mai tramontato richiamo all’ordine, rischia di fare presa.

Uomo d’ordine era suo padre Francesco, carabiniere.
Un uomo molto chiuso e timido, di poche parole, non particolarmente affettuoso, ma innamoratissimo di mia madre. Lavorava come un mulo. Usciva molto presto di mattina e rientrava a casa a tarda sera.

Lei aveva il sogno del cinema.
Sogno che in una città come Livorno, giustamente, non mi perdonarono. Era un’ambizione eccessiva. Come erano ambiziosi gli spettacoli teatrali in cui cospargendomi i capelli – allora fluenti – di borotalco per sembrare vecchio facevo nei teatrini off. Con me c’era anche Francesco Bruni.

Con Livorno si è riconciliato?
Accadde con Ovosodo. E lì, i fantasmi del passato, nonostante provassi a isolarmi, si riaffacciarono sul set. Erano i sopravvissuti di quella grande strage rappresentata dall’eroina, che venivano a trovarmi sul set. Quasi tutti i ragazzi del mio quartiere erano morti di overdose, di solitudine o malattia. Ovosodo ricevette un premio a Venezia e Livorno, che all’epoca aveva la squadra di calcio nei campionati inferiori e non godeva neanche del relativo onore di essere nominata nelle previsioni del tempo, mi trattò come un grande attaccante, come uno che era tornato a far scrivere il nome della città sui giornali.

Dopo?
Negli anni quell’abbraccio si è trasformato in aspettativa. Anche rabbiosa. Dopo Ovosodo tutti pensarono che fosse giunta la loro occasione di essere raccontati da me. A casa arrivarono decine di copioni. Mia madre pretendeva li girassi tutti: “E che ti costa? Non fare l’importanzioso”.

Le prime esperienze di regia?
Se escludo l’assistenza che davo a mio cugino, fotografo di matrimoni, direi i primi piccoli spot per Telegranducato. Cose ingenuissime, sgangherate, da registino. Benedetti Elettronica Livorno, oppure “Ottica Mugnai, una questione di stile, solo in Piazza Attias”. Quando feci il mio primo film, La bella vita, per dare vita al presentatore televisivo Gerry Fumo mi ispirai a quell’epoca. Ai salottini dove incontravo crooner di retroguardia, intrattenitori sfigati e soubrettine locali.

Si spostò a Roma all’età di vent’anni.
In una pensioncina in via Marsala, divisa con le prostitute nigeriane. Loro fumavano erba. Io suonavo la chitarra, cantavo Bob Marley e non avevo una lira in tasca. Un giorno a rompere l’idillio arrivò un energumeno. Si presentò come fratello. Mi intimò di non rompere più i coglioni alle sue sorelle.

Dove si trasferì?
Prima di una stanza al Nuovo Salario, in appartamento con Francesca Neri, fendendo la città con la mia 127 giallo vomito, ci fu il tempo della pensione Sole. Io e altri tre allievi del Centro Sperimentale a dividere una camera tra puzze di piedi e polli arrosto divisi, anzi strappati democraticamente con le mani. Quella è un’epopea comica che mi piacerebbe raccontare. Io ero un ragazzo che veniva dallo sprofondo e mi portavo dietro un irrimediabile senso di goffaggine. Francesca Marciano mi trascinava da Bertolucci. Era un universo che non capivo. Gli ospiti sorseggiavano il thè. Il thè per me era qualcosa che si beveva solo quando si era malati.

Il primo burbero maestro fu Furio Scarpelli.
Era bello essere maltrattato da Scarpelli. Per Furio era una maniera di dimostrarti il suo amore. Con Age litigava quotidianamente. Poi la collaborazione finì e credo che – oltre all’amore più mitico che reale per Livorno e alla pena che gli feci perché tra tutti dovevo apparire il più indifeso – mi prese con lui soprattutto per poter mandare di nuovo qualcuno a fare in culo.

Lezioni scarpelliane?
Tantissime. La più importante fu che non dovevo aver paura di essere quel che ero, ma che al contrario dovevo usare la mia natura per stare in mezzo agli altri. Accettare se stessi è impossibile, ma seguii il consiglio e imparai a scagliare addosso agli altri in maniera spavalda questa mia identità periferica in chiave antiborghese e antifighetta. A quell’epoca sostenevo che il regista non servisse a niente: “Per fare un film bastano una buona storia e un buon attrezzista”. Polemizzavo con lo specifico filmico tanto irriso da Scola e me la prendevo con i compagni di corso che fanatici, parlavano di lenti e sostenevano che con la macchina da presa sarebbero andati persino a dormire.

Di quegli anni tra Livorno e Roma c’è ancora qualche traccia?
Un incendio in una delle tante case romane, quella di via Miani, bruciò tutto, comprese le mutande che usavo per dormire. Sandro Veronesi che viene a offrirmi ricovero con una coperta in mano me lo ricordo ancora.

Le dispiace?
Macché. Sono felice. Ogni tanto ci vorrebbe un bell’incendio per tutti.

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