Dopo tante proteste, vere o presunte, qualcuno si muove. Sono cinque deputati di Alternativa libera (tutti ex M5S), quattro parlamentari del Gruppo misto e un 5Stelle, Girolamo Pisano, firmatari di una mozione per sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale contro il Senato che ha salvato Augusto Minzolini dalla decadenza. Tutti convinti che nella votazione dei senatori ci sia una crepa giuridica.

E allora provano a infilarsi nel varco, con un documento che è anche un test per i partiti. A partire dal Pd e dai maggiorenti renziani come Graziano Delrio, che si è lamentato ad alta voce del comportamento dei suoi colleghi. Ma chissà cosa faranno di fronte alla mozione depositata due giorni fa da Al, che vuole impegnare la Camera a sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Consulta per la votazione sull’ex direttore Tg1. “Il Senato – sostengono i deputati – votando contro la decadenza di un suo componente condannato con sentenza passata in giudicato, ha rifiutato di applicare una legge dello Stato licenziata dal Parlamento, che la Corte costituzionale ha riconosciuto legittima”. Mentre invece “riconosciuta l’entità del reato posto in essere da Minzolini, e non potendo mettere in discussione la condanna, il Senato avrebbe eventualmente potuto chiedere alla Giunta per le immunità di sollevare una questione di costituzionalità”. Ma è andata diversamente. Così ecco la mozione, motivata dalla “ingiustificata disapplicazione della legge Severino”.

L’ex 5Stelle Massimo Artini commenta: “Ci auguriamo che i deputati del Pd che la pensano come noi la appoggino, mentre diamo per scontato il supporto del M5S, che tanto rumore ha fatto in Senato”. Complicato che gli auspici si tramutino in realtà. Ma il testo, che andrà calendarizzato in aula dalla conferenza dei capigruppo, potrebbe comunque seminare imbarazzo diffuso. La certezza è che per l’amministrativista Gianluigi Pellegrino la mozione è giustificata. Anzi, “sacrosanta, perché con la votazione su Minzolini il Senato si è ridotto a una macchietta”. Pellegrino sostiene: “Per sollevare il conflitto di attribuzione contro una parte del potere legislativo è richiesto che non ci siano altri rimedi nell’ordinamento, e che negando la decadenza i senatori abbiano platealmente disapplicato una legge approvata dalle due Camere”. Obiezione: ma se il Senato vota sulla decadenza, non ha anche il pieno diritto di dire no? “No, Palazzo Madama poteva al massimo verificare se ci fossero tutti i requisiti previsti dalla Severino. Ma una volta accertato che ricorrevano, i senatori avrebbero dovuto semplicemente applicare la legge e votare per la decadenza (o meglio, respingere l’ordine del giorno di Forza Italia che ha annullato la decisione della Giunta per le autorizzazioni sulla revoca del mandato, ndr)”. E per ribadire il concetto Pellegrino aggiunge un esempio: “La Camera vota anche sull’eleggibilità di ciascun parlamentare. E la può negare solo nel caso manchino i requisiti previsti dalla legge, altrimenti viola la legge: come nel caso di Minzolini”.

Resta un’altra perplessità: come può Montecitorio sollevare il conflitto di attribuzione contro una decisione su un senatore, cioè su un eletto nell’altro ramo del Parlamento?

L’avvocato è netto: “La Camera costituisce il potere legislativo, di pari grado rispetto al Senato, quindi solleva il conflitto sulla mancata applicazione di una legge. Nel dettaglio, è il presidente di Montecitorio che lo presenta, ma potrebbe farlo anche quello del Senato. E ritengo che possa deciderlo anche senza un voto dell’aula, ma sulla base di una semplice deliberazione dell’ufficio di presidenza”. Tutto facile, quindi? No, perché anche il legale ammette: “La questione è nuovissima, e gli aspetti da valutare sono molteplici. Ma il conflitto di attribuzione va sollevato, come unico rimedio possibile a questa ridicola votazione”.