Per un paio d’anni chi tiene questa rubrica ha avuto la fortuna di incontrare alcuni tra i più importanti intellettuali italiani, per la serie Autografi. Al fondo tutte quelle interviste ruotavano attorno a una domanda, “Di quale classe dirigente disponiamo?”. Claudio Magris disse: “Le classi dirigenti sono in gran parte formate da persone pochissimo preparate. Una volta ognuno faceva il suo mestiere. Intendo: la Mondadori apparteneva al signor Arnoldo Mondadori, di professione editore, e così via. Adesso tutti fanno altro, a cominciare dai politici. Che non sanno fare le leggi, perché mancano anche di preparazione giuridica, ma non solo”. Gustavo Zagrebelsky: “La ragione è semplice: di cultura politica, la gestione del potere per il potere non ha bisogno. Sarebbe non solo superflua, ma addirittura incompatibile”. Guido Ceronetti: “Se c’è una differenza tra la classe dirigente del secolo scorso e questa, è che l’altra aveva una base di latino. Questa non ha niente e perciò ha le chiappe scoperte”. Se qualcuno volesse obiettare che la cultura non serve, gli potremo rispondere di riguardarsi le interviste delle Iene ai nostri parlamentari (“La sinagoga è il luogo che le donne musulmane frequentano per pregare il loro Dio, Maometto oppure Allah”).

Ora, un’obiezione condivisibile che viene mossa a Virginia Raggi in questi giorni è quella di non aver organizzato per tempo la squadra che l’avrebbe aiutata a governare la Capitale agonizzante. Da mesi era chiaro che avrebbe vinto le elezioni, per questo è doppiamente imperdonabile questa lunga impasse: un tira e molla di assessori, vicesindaco, dirigenti vari che entravano e uscivano dal Campidoglio con frequenza disarmante. Il movimento fondato da Beppe Grillo ha dalla sua la giovinezza – che è quasi sempre un’attenuante – e quindi la necessità di formare una classe dirigente all’altezza. Non aiuta però la sindrome dell’assedio, il timore di essere “infiltrati” per usare le parole di Luigi Di Maio (anche se è un sentimento comprensibile visto il trattamento dei media).

Se Roma piange, Milano non sta meglio. Anzi sta certamente meglio – per molte ragioni che qui non si possono analizzare – ma inciampa nello stesso errore di Roma anche se a prima vista potrebbe sembrare il contrario (e questo dipende dal fatto che la macchina amministrativa di Comune e municipalizzate, una per tutte Atm, va avanti in larga parte da sola). La scelta di Giuseppe Sala è una trovata che svela tutta la fragilità dell’attuale politica. Si candida l’uomo immagine di Expo in quanto simbolo di un evento spacciato per un successo strepitoso. E pazienza se probabilmente, da commissario di governo non può essere eleggibile (il ricorso pende davanti al Tribunale di Milano), pazienza se ha tre indagini a suo carico, pazienza se ha fatto il city manager per un’amministrazione di destra. Pazienza se alla domanda specifica sull’atto che risulterebbe retrodatato risponde: “Non so, non ricordo, erano giorni concitati”. Tutto è sovrastato dalla “questione d’immagine”.

Lo stesso si può dire degli uomini nuovi della politica nazionale, i quarantenni rottamatori che facevano Consigli dei ministri con le slide e bisognava aspettare settimane per vedere il testo delle leggi (chissà cosa votavano). Basta la leadership? Basta il carisma? No, Renzi insegna. La classe dirigente, digiuna di cultura e di idee, alla fine non dirige un bel niente. Resta la lotta per occupare i posti migliori, ciascuno bada a mantenere il proprio potere e a questo si limita (cos’è il cerchio magico, se non un’oligarchia?). Si può solo recuperare la consapevolezza che quello delle dirigenze è il primo nodo da sciogliere. E magari anche ripartire dal maestro Manzi, Non è mai troppo tardi.