Nel 1924 si tiene a Ginevra la prima riunione del “cartello Phoebus” dei produttori di lampadine. I gruppi concorrenti trovano un accordo ai danni dei consumatori: invece di raddoppiare i prezzi, cosa che avrebbe fatto scendere la domanda, dimezzano la vita media di un bulbo a incandescenza, da 1.500-2.000 a 1.000 ore. In Germania tra 2004 e 2012 è salita dal 3,5 all’8,3% la quota di consumatori che ha dovuto rimpiazzare entro cinque anni gli elettrodomestici bianchi (tipo i frigoriferi) per guasti tecnici. E poco prima di Natale la Apple ha ammesso che gli aggiornamenti delle sue app servivano anche a ridurre le performance dei vecchi modelli di iPhone. La scusa ufficiale: rallentare il processore serve a evitare spegnimenti improvvisi.

Il concetto di “obsolescenza programmata” viene considerato una perversione del capitalismo. Ma è stato – ed è – uno dei cardini dello sviluppo occidentale: se le auto non si usurassero o i vestiti non si logorassero, migliaia di operai, commessi, distributori e progettisti rimarrebbero disoccupati. Da anni si discute però di come evitare che l’obsolescenza programmata diventi una pratica commerciale scorretta, un abuso dell’incapacità dei consumatori di calcolare l’ammortamento di un bene (il Mac con cui scrivo è costato 1.500 euro quattro anni fa, se morisse oggi lo avrei pagato 375 euro all’anno).

La Francia ha affrontato la questione rendendo l’obsolescenza programmata un illecito punibile fino a 300.000 euro (comunque spiccioli). A livello Ue si discute di estendere la garanzia obbligatoria e indicare sull’etichetta la vita attesa del bene. Il mercato risponde trasformando molti acquisti in noleggi a lungo termine, dalle auto agli smartphone: si paga un canone invece di un prezzo una tantum. Il punto non è però vietare l’obsolescenza programmata, ma assicurare concorrenza che tenga bassi i prezzi e garantire tutele ai clienti perché siano informati di cosa stanno comprando. E quanto durerà.