Credo di essere l’unico italiano nella storia a essere riuscito nell’impresa di farsi cacciare da un dottorato di ricerca, a dottorato in corso. Di solito, quando si vuole “far fuori” qualcuno, si attende semplicemente che gli scada la borsa triennale, senza far rumore, e addio. Così non avvenne perché io, alla fine del secondo anno, mi avventurai (sapendo di rischiare grosso) a chiedere all’apposita “commissione” che doveva seguirmi (e che a malapena incrociai in quei due anni) di assegnarmi ad altro “tutor”. Motivazione (diplomaticamente non detta), volevo poter fare il mio lavoro di ricerca, che però mi veniva deliberatamente impedito.

Avevo vinto una borsa dottorale co-gestita dalle Facoltà di Scienze Politiche di varie Università pubbliche (Pisa), e dedicata agli studi extra-europei, tema su cui l’Italia investe pochissimo e sempre meno, mentre altri Paesi hanno costruito imperi e proficue relazioni diplomatico-commerciali.

La vinsi sulla base di un progetto di analisi socio-economica dei sistemi agrari in India. Il tema, piaccia o meno, era impossibile da sviluppare da una biblioteca dell’Università di Trieste (la mia sede), tanto che lo stesso progetto prevedeva che trascorressi un anno e mezzo sul campo. Il tutor, tuttavia, poi mi vietò di partire nei due anni successivi, perché gli ero utile a fargli da tassista, a sostituirlo a lezione e a seguire le tesi degli studenti. Ora, ben sapevo che potevo starmene buono buono, aspettare, e chiudere l’anno successivo con una tesina fatta in due settimane, alla Madia per intenderci, così come vedevo il fenomeno di alcuni dottorati che avevano funzione di “stipendio” per alcuni giovani leader locali di partito. Insomma, conoscevo le famose “regole del gioco”, ma me ne fregavo, mi interessava solo fare quel per cui ero pagato, la ricerca, e soffrivo di brutto a non poterla fare. Tanto più che per fare il dottorato in Italia avevo traslocato da Parigi, dove stavo benissimo, facendo appunto ricerca.

Ci provai, per “amor di patria”, da “cervello in fuga”. E così, alla mia richiesta di cambio del tutor, fui convocato dalla “casta” universitaria, che mi cacciò, per giunta con la beffarda motivazione che non mi ero recato a fare studi sul campo in India, cioè quel che mi era stato impedito dagli stessi docenti.

Per la cronaca: testardamente decisi poi di proseguire le mie ricerche, in Francia, all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, mantenendomi con altre borse di studio e lavori part-time, e dove conseguii il dottorato con lode. Ovviamente con una tesi non di qualche decina di pagine come quella della ministra e tanti altri in Italia (non tutti, permangono eroiche eccellenze nel nostro paese), ma di 400 pagine, migliaia di note, e poi pubblicazioni scientifiche, libri, perfino inviti paradossalmente a presentare i miei lavori fatti all’estero nelle stesse Università italiane (e tuttora mi trovo nel direttivo delle due associazioni nazionali di studiosi accademici dell’Asia).

Curiosità ulteriore: se sul mio caso non avevo mai voluto scrivere, o far scrivere, una riga “giornalistica”, c’è peraltro curiosamente ampia traccia nei libri di giurisprudenza. Su di esso la Cassazione ha infatti sentenziato nel 2006 la possibilità per il cittadino (prima insussistente) di poter chiedere un risarcimento a un ente pubblico senza prima dover necessariamente passare per l’annullamento dell’atto contestato. Tradotto, io mi rivolsi ai giudici ma senza invocare il reintegro. In quel mondo che tuttora si regge sulla fatica di una platea di ricercatori precarizzati, e spesso impossibilitati a fare quello per cui sarebbero pagati (malissimo): la ricerca.