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domenica 26/11/2017

La guerra delle fake news. Più affari che propaganda

L’articolo del New York Times citato dall’ex premier

Fake news: Matteo Renzi ha deciso di farne lo slogan della nuova Leopolda. “Termineremo la giornata lottando contro le fake news – ha detto venerdì – Stanno accadendo delle cose incredibili. Il New York Times ha pubblicato un pezzo su quello che sta avvenendo in Italia su questo: sono state oscurate pagine con sette milioni di like che spargono veleno e falsità contro di noi”.

I tempi. Il pezzo del New York Times a cui fa riferimento Renzi è stato pubblicato proprio venerdì. Il titolo (Italy, Bracing for Electoral Season of Fake News, Demands Facebook’s Help) richiama due elementi ormai sempre presenti quando si parla di campagna elettorale: le notizie false diffuse sui social network e l’arruolamento di questi ultimi in un’opera di pulizia che può essere l’anticamera della censura. In questo caso, con un elemento in più: la presunta relazione tra siti e profili di sostegno ai 5stelle che avrebbero diffuso notizie e immagini false sul conto del Pd (come la presenza di alcuni esponenti del partito al funerale di Totò Riina) e quelli omofobi e razzisti, nonché filo-russi, che discenderebbero dai sostenitori della Lega Nord. L’articolo, però, è innescato da un “rapporto” redatto da Andrea Stroppa, fondatore di Ghost Data e consigliere di Renzi per la Cybersicurezza.

Il consigliere. È lo stesso che ha imbeccato il sito BuzzFeed per l’inchiesta di qualche giorno fa su un’altra galassia di siti “poco attendibili”, anch’esso citato dal Nyt e da Renzi. Stroppa, classe 1994, non è un tecnico ma può contare su una notevole rete di relazioni. È consulente del World Economic Forum e siede nella fondazione di Lapo Elkann. Arriva al grande pubblico per i suoi rapporti con Marco Carrai, che lo ha chiamato nell’azienda di sicurezza informatica Cys, fondata con l’ex Eni Leonardo Bellodi e l’Aicom di Mauro Tanzi, proprio nel periodo in cui era dato in procinto di essere nominato a capo della struttura di cyber security dei servizi segreti a Palazzo Chigi, poi saltata. È stato il responsabile della sicurezza quando il sito per il Sì al referendum costituzionale è stato hackerato da Anonymous e proprio per Anonymous, quando era minorenne, fu indagato dopo l’attacco ai siti di un sindacato della polizia penitenziaria, della Guardia costiera, della Banca di Imola e della Luiss. Ottenne poi il “perdono giudiziale” dal Tribunale dei minori. Oggi risulta cofondatore di Ghost Data, società di analisi di dati (che non risulta registrata in Italia) insieme a un programmatore russo, Pavel Lev, e vive di consulenze aziendali. L’analisi di Stroppa dimostrerebbe la connessione tra i siti che “promuovono movimenti politici rivali anti-establishment critici nei confronti del signor Renzi e del governo di centro-sinistra” e la pagina web ufficiale di un movimento che promuove Matteo Salvini, noiconsalvini.org (nome della lista con cui il leader della Lega si presenta al Sud). In comune hanno i codici Google. In pratica, ci sarebbe una connessione tra la propaganda pro Cinque Stelle e quella leghista.

Il metodo. Per dimostrarlo, Stroppa ricorre ai codici usati per tracciare la pubblicità e il traffico web su quei siti. Scopre, come può fare qualunque informatico, che sono condivisi anche da una serie di altri siti come IoStoConPutin.info. I siti condividono un identificativo (Id) univoco assegnato da Google Analytics (che raccoglie le statistiche dei siti) e un numero AdSense con il quale Google gestisce gli annunci pubblicitari (e versa i ricavi al possessore).

Le repliche. Google ha inviato al Fatto la replica completa fornita anche al New York Times, che ne ha pubblicata una parte: “Non abbiamo dettagli sugli amministratori del sito e non possiamo speculare sul motivo per cui hanno lo stesso codice dell’annuncio – spiega -. Qualsiasi editore che utilizza la versione self-service dei nostri prodotti può aggiungere il codice al proprio sito. Spesso vediamo siti non collegati che utilizzano gli stessi ID, quindi non è un indicatore affidabile che due siti siano connessi”. Il Movimento 5 stelle ha sottolineato che il sito in questione non è riconducibile ai loro media ufficiali mentre il guru web di Salvini, Luca Morisi ha riconosciuto che noiconsalvini.org condivideva i codici di Google di siti fuori dall’universo politico della Lega. Ha spiegato che un ex sostenitore del M5s aveva contribuito a costruire il sito e ha incollato i codici della sua pagina fan. Ha poi spiegato che pensava di aver cambiato i codici.

I codici. Il codice di Analitycs è spesso parte dei codici di costruzione dei siti web: se lo sviluppatore è lo stesso è probabile che lo ri-utilizzi. Diverso è per AdSense. Il Fatto ha verificato che oggi questi siti non condividono più il codice per la pubblicità, ma almeno fino a settembre scorso sì. Lo stesso codice era condiviso da almeno 30 siti (come patrioti.info, italyfortruymp.info ecc.), di cui 10 visibili e solo 2 di possibili fan del M5S, info5stelle.info e videoa5stelle.info, che però il Nyt non cita mai.

Le spiegazioni. Avere il codice AdSense significa avere il portafoglio della pubblicità. Perché condividerlo? La gestione di decine di siti che producono contenuti a ciclo continuo è complessa, e non sempre alla portata di un partito (la Lega ha i conti pignorati). Tre le possibili spiegazioni: 1) noiconsalvini ha commissionato a una società specializzata la realizzione del sito consentendogli di raccogliere la pubblicità come parte del compenso, e la gestione dell’analytics è parte del servizio; 2) La società ha inserito la pubblicità di AdSense senza avvertire noiconsalvini; 3) noiconsalvini ha trovato il modo di raccogliere più pubblicità possibile (e quindi ricavi) ampliando la sua platea potenziale con siti che inneggiano ai 5stelle o altri temi non proprio assimilabili a quelli della Lega. In ogni caso, più che la propaganda è il business a spiegare le connessioni, anche perché i professionisti che spuntano fuori – anche quando si accusa la Russia – alla fine risultano sempre italiani.

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