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giovedì 08/02/2018

Eni, Zingales: “Il più grave scandalo di sempre”

La reazione - L’economista Luigi Zingales, vittima del complotto, è l’unico a chiedere la verità

“Se queste accuse dovessero essere confermate in giudizio, si tratterebbe del più grave scandalo della storia della Repubblica Italiana: uno dei massimi dirigenti di un’impresa controllata dallo Stato che depista le indagini per rendere inefficaci i controlli sulla società a cui appartiene e permetterle di agire come entità autonoma, al di fuori della legge”. C’è solo l’economista di Chicago Luigi Zingales a reagire a quanto emerge dalle inchieste di Messina, Roma e Milano. Lui è andato allo scontro con quel blocco di potere che guida l’Eni e che, sostengono ormai uno stuolo di pm e parecchi giudici, si è messo al di sopra delle leggi. Zingales ha perso: nominato dal governo Renzi nel maggio 2014 si è dimesso nell’estate 2015 e si è trovato pure indagato per un’inesistente diffamazione, accusato di essere parte di un finto complotto contro l’ad Claudio Descalzi in un’inchiesta che, ora è chiaro, era stata aperta a Siracusa al solo scopo di ostacolare l’inchiesta vera, quella a Milano, per la più grande mazzetta della storia, 1,1 miliardi di dollari finiti nelle tasche di politici nigeriani dopo che l’Eni aveva pagato il governo del presidente Goodluck Jonathan.

Zingales chiede ora che il governo imponga a Eni di nominare “un commissario esterno indipendente, di fiducia del governo stesso, con pieni poteri di indagine”, per verificare che “sia lo Stato a controllare l’Eni e non l’Eni lo Stato”. Zingales ama le cause perse. È già chiaro da tempo che è l’Eni a controllare lo Stato: l’ex premier Matteo Renzi difese Descalzi alla Camera nel settembre 2014 dopo l’avvio dell’indagine sulla corruzione internazionale in Nigeria, “gli avvisi di garanzia non cambiano la politica economica del Paese”. Il governo Gentiloni lo ha confermato senza indugio, nonostante il già prevedibile rinvio a giudizio pochi mesi dopo la nomina. Il Tesoro, in quanto azionista, ha dal 2014 nel cda Eni uno dei suoi massimi dirigenti, Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministro Padoan, ma non c’è traccia di sue prese di posizione critiche su Nigeria e depistaggio.

Descalzi, personalmente e in quanto capo azienda, è protagonista di tutta la vicenda. È lui ad aver gestito in prima persona il dossier Nigeria – ma di questo si occupa ormai il Tribunale di Milano – ed è lui ad aver promosso il capo degli affari legali Massimo Mantovani a dirigente responsabile della parte gas. Una promozione che Mantovani chiedeva da tempo – lo ha detto a verbale l’ex ad Paolo Scaroni a settembre 2017 – e che arriva un paio di mesi dopo che Mantovani ha avallato il depistaggio ai danni dell’inchiesta milanese, presentando una denuncia (infondata) per diffamazione a Siracusa contro Zingales e l’altra consigliera scomoda, Karina Litvack che proprio per questo è stata poi messa ai margini e tenuta lontana dal dossier Nigeria (per un anno è stata sospesa dal comitato rischi).

Mantovani ora è indagato per associazione a delinquere. Non conosciamo gli atti e siamo ben lontani da qualunque sentenza. Ma un fatto è certo: Descalzi (così come il suo predecessore Scaroni e l’Eni nel suo insieme), consapevole o meno, era il beneficiario ultimo di tutte le manovre di depistaggio ai danni dell’inchiesta di Milano. Se l’ad dell’azienda non ha nulla da nascondere dovrebbe essere il primo a sposare la richiesta di Zingales e a pretendere chiarezza assoluta. Perché ci sono soltanto due interpretazioni possibili di quello che è emerso. La pm di Milano Laura Pedio lavora sull’ipotesi che Mantovani fosse il regista del depistaggio e che l’avvocato arrestato Piero Amara, che per l’Eni di Descalzi ha seguito i processi in Sicilia ma anche in Basilicata, non si muovesse da solo nei suoi traffici con il pm siracusano Giancarlo Longo (pure lui in manette). Quindi: o Mantovani aveva obiettivi personali che per ora non sono emersi; oppure lavorava nell’interesse dell’azienda e del suo top management. Se si scoprisse che ha fatto tutto da solo e senza informare Descalzi, dovrebbe essere allontanato, non promosso. E se Descalzi sapeva? In questo caso toccherebbe al governo prendere una posizione.

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