» Cronaca
domenica 12/08/2018

Il caporalato che non sospetti

Le carte delle inchieste dei pm. Si nasconde dietro agenzie interinali. Si presenta come l’amico che ti garantisce il lavoro dove la crisi morde di più. Ma se serve minaccia, chiede il pizzo, toglie quei pochi euro che garantiscono la sopravvivenza. Lo chiamano così, “caporale”

È la peggiore razza padrona. Non esistono sindacati, paghe giuste, orari umani. E non esiste un limite territoriale, con un asse che va dal Sud al Nord. Dalla Puglia dei campi di ortaggi, al volantinaggio nelle vie di Vicenza. Li chiamano caporali, sono padroncini con furgoni stracarichi, stranieri una volta sfruttati che diventano reclutatori di connazionali. O imprenditori italianissimi, con in testa l’ossessione “fatturare, fatturare, fatturare”, pronti a usare reti di omertà e paura per riempire di manodopera a bassissimo costo le aziende agricole che ci portano la frutta scontatissima nei supermercati.

Quattro inchieste, luoghi diversi, dinamiche simili. Ci sono le città di Mola di Bari e Bisceglie, dove le società agricole hanno risparmiato in soli quattro anni quasi tre milioni di euro di paghe. Il nord della Puglia, tra Andria, Barletta e Canosa, dove il caporalato diventa un “sistema sofisticato”, gestito da un’agenzia interinale. C’è poi il Nord, tra le campagne di Cesena, con gli allevamenti che vanno avanti grazie al lavoro dei migranti ricattati e stipati nei casolari. E c’è il ricco Veneto, dove per guadagnare 500 euro al mese devi essere disposto a tutto, accettando fino a 18 ore di lavoro sulle strade al giorno.

 

Morire per 28 euro al giorno

La storia di Paola Clemente

Aveva 49 anni. Tre figli e una vita di fatiche sulle spalle. Paola Clemente, bracciante, è morta sotto i tendoni delle serre di Andria il 13 luglio del 2015. Sudava, pensava che fosse quella maledetta cervicale, conseguenza delle ore passate con il collo teso mentre sistemava i filari. Il marito, Stefano Arcuri, quando ha cercato di capire cosa fosse accaduto si è trovato davanti un muro di omertà. Eppure Paola aveva, apparentemente, un regolare contratto. Tutto secondo le norme, assicuravano i padroni e i lavoratori. Non si è arreso, ha presentato una denuncia, lo spunto che la Guardia di Finanza – coordinata dalla Procura di Trani – ha seguito per scoprire “un sofisticato meccanismo”.

Il 13 febbraio del 2017, due anni dopo la morte della donna, il Gip di Trani Angela Schiralli firma l’ordinanza di custodia cautelare per sei persone, accusate di caporalato. In quelle pagine appare lo sfruttamento che non ti aspetti: “Dietro l’apparente rispetto della legalità dell’agenzia del lavoro, mutua dal passato i medesimi risultati operativi: l’alterazione del mercato del lavoro mediante la fornitura alle aziende agricole di manodopera ad un costo competitivo, poiché, nella sostanza, notevolmente inferiore a quanto previsto dalla contrattazione collettiva di categoria”. Tra gli arrestati ci sono i manager della Infor Group, filiale di Noicattaro, in provincia di Bari, e della società che si occupava del reclutamento e del trasporto dei braccianti compagni di lavoro di Paola Clemente. Sulla carta si trattava di una “regolare” somministrazione di mano d’opera. Le indagini descrivono una realtà ben diversa, “un caporalato evoluto e organizzato”.

Penetrare quel mondo non è stato facile: “Fin dagli esordi dell’attività d’indagine – scrive il Gip – gli inquirenti hanno avuto la netta sensazione di trovarsi di fronte ad un contesto ambientale omertoso e reticente”. Le vittime tacciono, la paura di perdere quell’unico lavoro, trascinata per anni, a volte per generazioni, è in grado di attutire ogni forma di protesta. Dietro la “soggezione psicologica” dei braccianti in breve tempo gli investigatori scoprono “l’esistenza di un ben consolidato meccanismo attuato dal direttore dell’agenzia Infor Group Pietro Bello, dal ragioniere della stessa agenzia Gianpietro Marinaro e dal titolare dell’agenzia di noleggio pullman Ciro Grassi”. Funzionava così: prima si formavano le squadre di lavoratori, gestite dai “capi”, e solo dopo si dava parvenza di regolarità con la copertura contrattuale, simulando una selezione. In realtà la scelta era fatta utilizzando “criteri personali”, non permessi dalla legge. Da qui quella soggezione psicologica evidenziata dal Gip nell’ordinanza di custodia cautelare: dovevi imparare a tacere per avere il lavoro.

 

Un aguzzino per amico

“Nella nostra terra non c’è lavoro, lo dobbiamo ringraziare”

Quando la Guardia di Finanza chiama a deporre le compagne di lavoro di Paola, gli investigatori si scontrano con un muro di omertà e paura. Ciro Grassi, il padrone dei pullman che trasportavano le braccianti sui campi veniva descritto così: “Non fa nulla di male, una persona corretta che ci fa lavorare in condizioni oneste e buone, anzi, molto buone…”. E quando gli inquirenti provavano a mettere le donne di fronte a quelle che già apparivano come violazioni delle regole sul lavoro interinale, le risposte mostravano l’altro volto del caporalato: “Nella nostra terra non c’è lavoro e dobbiamo anche ringraziarlo perché ci fa lavorare”.

La svolta nelle indagini, però, arriva dopo poco. Una bracciante rompe quel muro di silenzio e racconta il sistema: “A inizio stagione Giovanna Marinaro (una delle indagate, incaricata di sorvegliare i lavoratori nel viaggio e sui campi, ndr) mi ha mandato un messaggio su Whatsapp. Poi a giugno Ciro Grassi mi ha chiamata”. Si inizia a lavorare. I contratti i braccianti li trovano pronti da firmare sui campi. Per chi lavorano? Non sempre lo sanno: “Ciro, Giovanna e Gianpiero non ci comunicano il nuovo impiego, ma ce ne accorgiamo noi che è cambiato il terreno, però comunque ci portano il contratto”. Dagli interrogatori emergono, lentamente, le giornate in nero: “Qui abbiamo lavorato in nero senza contratto per sette ore per una paga di 28 euro (il contratto nazionale prevede tra i 40 e i 45 euro, ndr), che ancora dobbiamo ricevere”, racconta una bracciante quando gli inquirenti le chiedono notizie su una azienda agricola. “Ha mai riscontrato anomalie nei pagamenti?”, chiedono i magistrati. “Sì, ad esempio nel caso del lavoro presso l’azienda agricola Terrone, io ho lavorato otto giorni e sulla busta paga me ne trovo sei”. E, riferendosi ad altre aziende agricole aggiungeva: “Anche qui il sistema era lo stesso, venivano segnate giornate in meno e quindi la giornata con il calcolo della busta paga era di 40 euro, mentre i giorni effettivi di lavoro erano di più”. Nello stesso interrogatorio la lavoratrice racconta di non aver mai messo piede nell’agenzia interinale e di conoscere l’indirizzo solo attraverso il sito internet.

Il volto del caporale amico che garantiva il lavoro cambiava quando qualcuno tentava di far valere i diritti. E protestare era inutile, anzi, si rischiava di perdere il lavoro: “Alcune donne si sono lamentate dei giorni mancanti e Giovanna ha detto che noi lo sapevamo (come funzionava, ndr). Nessuna ha più parlato, anche perché si ha paura di perdere il lavoro. Anche io ora ho paura di perdere il lavoro e di essere chiamata infame. Ho il mutuo da pagare e mio marito lavora da poco, mentre prima stava in cassa integrazione. Dovete capire che il lavoro qui non c’è e perderlo è una tragedia, quindi se molte di noi hanno paura a parlare è comprensibile”.

Il ricatto e le minacce diventano esplicite appena si nomina il parola sindacato. Il racconto di una bracciante che ha deciso di rompere quel muro di omertà è fin troppo chiaro: “Abbiamo saputo che lavoravamo con la Infor Group dopo qualche giorno allorquando Giovanna ci ha consegnato sul pullman, durante il viaggio di ritorno, le assunzioni che riportano il nome dell’agenzia. In quella circostanza qualche bracciante diceva a Giovanna che non avrebbe firmato nessuna carta se non prima di averla fatta controllare dal sindacato”. La reazione è immediata: “Adesso chiamo mio cognato e vediamo cosa dite poi”, dice la donna, “con tono minaccioso”. Il pullman si ferma e sale Ciro Grassi. Il titolare della società di trasporti spiega come funzionano le cose: se vi va bene è così, “altrimenti eravamo libere di andarcene da un’altra parte”, ricorda la bracciante.

 

Fatturare, fatturare

“Vuoi il premio di produzione? Chiama lo sfruttatore”

Nel settembre del 2015, due mesi dopo la morte di Paola Clemente, le indagini sono ormai avviate. Pietro Bello, direttore della divisione agricoltura dell’agenzia interinale, e Renzo Catacchio, dirigente della stessa società, parlano al telefono preoccupati. Per loro è importante dimostrare che non vi è stato quello sfruttamento previsto dalla legge sul caporalato. Quello che non possono nascondere, però, è di aver formato le squadre di braccianti: “Pietro, quello non lo possiamo mai negare”, spiega Catacchio. “Eh, lo so – risponde Bello – ma che reato c’è io chiamo una persona che mi aiuta a reclutare le altre, questo è tutto un passa parola”. Catacchio risponde raccontando quel sistema che, secondo lui, lo ha portato a forzare le regole: “Io ti dico una cosa Piè, e tu lo sia benissimo, se noi avevamo da Milano, spingi, fatturare, fatturare, allora, tu, ovviamente, che eri il coordinatore, il capo, diciamo, della divisione, quando Milano ti dice… vuoi mantenere, vuoi il premio di fine anno, vuoi questo, vuoi la macchina, fatturate, fatturate, fatturate, tu che facevi? Giustamente, chiami i clienti, ho bisogno di personale…”. La soluzione diventa a quel punto rivolgersi a chi sa gestire i reclutamenti. Ovvero il padroncino dei pullman usati per i trasporti del personale e che, se serve, richiama all’ordine le braccianti intenzionate a far leggere il contratto ai sindacati.

 

La quindicina

“Per lavorare ci chiedono due euro al giorno”

L’ultima inchiesta, in ordine di tempo, svela il peso economico del caporalato. Il 13 luglio scorso il Gip di Bari ha disposto gli arresti domiciliari per tre imprenditori e l’obbligo di dimora per altri quattro indagati, a conclusione di un’inchiesta partita un anno e mezzo prima. L’inchiesta documenta, in questo caso, un mancato pagamento di più di tre milioni di euro in soli quattro anni. Cifra che si aggiunge ad una evasione contributiva di 4,1 milioni di euro.

Come sempre più spesso avviene il caporalato era un sistema diffuso, quasi endemico. Per raccogliere l’uva e le ciliege nei campi della provincia di Bari i grandi imprenditori agricoli si rivolgevano ad un gruppo organizzato e strutturato, una vera e propria associazione criminale secondo gli inquirenti. I braccianti, scrive il Gip, “venivano costretti, con la minaccia del licenziamento, ad effettuare massacranti orari di lavoro”, con turni giornalieri di oltre 10-13 ore continuative. Giorno e notte a volte per un mese continuativo.

Per mantenere quel lavoro i lavoratori erano disposti a tutto, anche a pagare la “quindicina”, una sorta di tassa, due euro a persona per ogni giorno lavorato. Se ritardavi iniziavano pressioni e minacce, chi non pagava perdeva il lavoro. E quando un bracciante moriva in un incidente stradale, i commenti dei caporali erano trancianti: “Quelli che non pagano quella fine devono fare”.

 

Sciur padrun, il caporalato al Nord

“Così approfittavano dello stato di bisogno”

A Vicenza distribuire volantini può diventare una forma moderna di schiavitù. Si lavora dalle 15 alle 20 ore al giorno, per sei giorni la settimana, con uno stipendio compreso tra i 500 e i 700 euro mensili, pagati in parte in contanti, come racconta un’inchiesta appena conclusa. I lavoratori, scrivono i magistrati, erano “sotto continua sorveglianza, costretti ad abitare in luoghi fatiscenti”. Anche in questo caso, come a Bari, la Procura ha contestato l’associazione per delinquere. L’organizzazione agiva attraverso varie società di distribuzione di materiale pubblicitario, commettendo “una serie indeterminata di delitti, quali sfruttamento del lavoro, estorsioni, evasione fiscale, truffa, falsi”. Le vittime erano cittadini stranieri con documenti irregolari, “privi di mezzi di sussistenza alternativi”. Lavoratori ricattabili, gestiti dai caporali “anche con violenza, la minaccia di licenziamento e di violenze fisiche in caso di rivelazione alla forze di polizia delle reali condizioni di lavoro”. Quando iniziavano a distribuire i volantini, i caporali trattenevano i documenti d’identità, il bene più prezioso per un migrante. Se non rispettavi le regole rischiavi di perdere tutto.

 

I fantasmi

Gli sfruttati nascosti nei casolari

Borello di Cesena è una minuscola frazione nella campagna romagnola, tra Forlì e San Marino. Meno di settemila abitanti, con 700 cittadini stranieri. Nel giugno del 2016 i carabinieri effettuano un controllo in un casolare, a pochi metri dalla strada principale. Trovano tanti cittadini marocchini, irregolari. È l’inizio di un’inchiesta che racconta il lavoro nero negli allevamenti della zona, con condizioni non diverse dai campi pugliesi. La paga era di cinque euro l’ora e a fine mese tutti dovevano versare la tassa al caporale per il posto letto, 150 euro, scontate direttamente dallo stipendio. La gestione della manodopera era affidata ad altri stranieri, che reclutavano, controllavano, vendendo poi quella forza lavoro a basso costo alle aziende locali. Italianissime.

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