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venerdì 15/12/2017

Erdogan & Infantino, un sodalizio con vista sugli Europei 2024

Il filo che lega campo e palazzi. Nella scalata dell’avvocato ai vertici del calcio mondiale c’è l’appoggio del presidente. Che ora si aspetta un favore

Lontana dai riflettori, la partita è politica. La giocano i vertici del calcio europeo e dello Stato turco. Si incontrano a Istanbul il 22 marzo 2012, in occasione del 36esimo congresso della Uefa: si vedono il segretario generale Gianni Infantino e il premier turco – oggi presidente – Recep Tayyip Erdogan. Qui si gettano le basi per nascondere il più grande scandalo nella storia del calcio internazionale.

In campo, invece, il campionato della vergogna era stato risolto all’ultima giornata, il 22 maggio 2011. Si gioca a Sivas, Anatolia. Il modesto Sivasspor – matematicamente salvo – affronta il Fenerbahçe, vicino al titolo. Lo spettacolo è imbarazzante. Al quinto minuto il portiere di casa, Korcan Çelikay, toglie la mano sul tiro-cross del terzino brasiliano Andre Santos: i gialloblu sono già in vantaggio. Il gol del 2 a 1 è ancora più comico: poco prima dell’intervallo il centrocampista del Fenerbahçe Selcuk Sahin calcia senza convinzione da una trentina di metri. È uno straccio bagnato che il portiere si lascia scivolare sul ginocchio sinistro: un’altra papera. La partita è una farsa recitata male: finisce 4 a 3 per la squadra di Istanbul, che festeggia il suo 18esimo scudetto. Arriva a pari merito con il Trabzonspor, ma è primo per la differenza reti negli scontri diretti.

L’imbroglio si scopre poche settimane più tardi. Il 3 luglio la polizia turca mette sotto sopra le sedi di 16 squadre nazionali (c’è anche il Besiktas): 61 arresti legati a 19 partite truccate nelle prima e nella seconda divisione del campionato turco. Il Fenerbahçe è la società più colpita: ha aggiustato alcuni degli incontri decisivi per arrivare allo scudetto (l’ultimo dei quali è quello con il Sivasspor) e ha tentato di corrompere anche gli avversari dei suoi rivali diretti nella conquista del titolo. Finiscono in manette il presidente Aziz Yildirim, il suo vice Sekip Mosturoglu e altri quattro dirigenti del board.

Ci sarebbe abbastanza materiale per radere al suolo le fondamenta del calcio turco e per impartire una lezione storica a chi corrompe il gioco più bello del mondo. Invece non succede nulla: il Fenerbahçe sarà escluso dalle coppe europee per due stagioni, ma finisce lì. Tutto si sgonfia rapidamente: il 30 aprile la Federcalcio turca modifica i suoi stessi regolamenti – l’articolo 58 dello statuto – per rendere possibile l’amnistia. Il 6 maggio arriva la sentenza della giustizia sportiva. Una bolla di sapone: sono sanzionati solo tre dirigenti del Fenerbahçe (escluso il presidente). Per il resto, nemmeno un punto di penalizzazione. Anche il processo penale che nel 2012 si era concluso con una serie di pesanti condanne, più tardi viene cancellato con l’abolizione delle corti speciali decisa da Erdogan il 6 marzo 2014: i protagonisti dello scandalo sono tornati ai loro posti. Persino l’albo d’oro è intatto.

In tutta questa vicenda, la Uefa osserva in silenzio. Il segretario Gianni Infantino – come leggete nell’articolo accanto – gestisce personalmente l’insabbiamento. Nel suo carteggio con la federcalcio turca si legge una garanzia: la Uefa non ha intenzione di intervenire. E infatti non interviene, nemmeno quando Istanbul decide di non onorare gli impegni presi nella prima lettera (la penalizzazione delle squadre coinvolte e la revoca dei titoli irregolari).

La partita, come detto è tutta politica. La Turchia è tra le nazioni più influenti del calcio europeo. Il merito storico è di Senes Erzik, uno dei signori del calcio turco, a lungo alla guida della sua federazione – di cui è tuttora presidente onorario – e nelle poltrone nobili della Uefa (è vicepresidente del comitato esecutivo dal 1994 al 2015). In questi anni Istanbul incassa due finali – quella di Champions del 2005 e quella di Europa League del 2009 – e sogna gli Europei: sfumano prima quelli del 2012 e poi quelli del 2016. Quando scoppia lo scandalo, nel 2011, Erdogan sta provando a mettere le mani su quelli del 2020.

A marzo 2012 incontra Michel Platini (presidente della Uefa) e Infantino. Le Roi si defila e lascia che a gestire la partita sia l’avvocato italosvizzero. Va a finire come sappiamo: lo scandalo turco scompare nel nulla. Infantino, garante del patto con la federazione, è vicino al suo nuovo presidente: Yildirim Demiroren, ex numero uno del Besiktas, eletto nel pieno della tempesta giudiziaria, nella quale era pure sotto inchiesta.

I dividendi di questa amicizia sono cospicui: il 26 febbraio 2016 viene eletto presidente della Fifa anche grazie al voto turco. Infantino ha realizzato il suo sogno, quello della Turchia sono ancora gli Europei: Istanbul è di nuovo in corsa per quelli del 2024.

Il sodalizio è ancora in vigore: il 26 novembre, Infantino è stato accolto personalmente nel palazzo del presidente, a Istanbul. “Apprezziamo molto quanto ha investito nel calcio – ha detto a Erdogan – e vogliamo che sappia che la Fifa è vicina alla Turchia, siamo pronti a ogni tipo di sostegno”.

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