La nomina di Ernesto Maria Ruffini a capo della struttura che unificherà Agenzia delle entrate ed Equitalia rischia di rimanere intrappolata nella solita rete di ricorsi e burocrazie che impedisce di discutere nel merito. Ruffini, oggi capo della riscossione, deve prendere il posto di Rossella Orlandi alla guida del fisco italiano. Un sindacato di dirigenti – Dirpubblica – ha presentato due ricorsi al Tar del Lazio per fermare la nascita di “Agenzia delle Entrate – Riscossione”, il nuovo ente unificato, perché “quest’ultima non può dotarsi di impiegati e dirigenti provenienti da procedure diverse dal pubblico concorso, senza violare l’articolo 97 della Costituzione”. Equitalia è formalmente una società privata, anche se a controllo pubblico, i cui dirigenti diventerebbero dipendenti dello Stato senza concorso.

Poi c’è chi auspica l’intervento dell’Anac, l’autorità nazionale anti-corruzione: la legge Severino stabilisce che sono incompatibili incarichi di vertice in una amministrazione pubblica (Agenzia delle entrate) con “incarichi e cariche in enti di diritto privato regolati o finanziati dall’amministrazione o ente pubblico che conferisce l’incarico” (Equitalia). Al Tesoro sembrano non farsi problemi, all’Anac neppure, la nomina di Ruffini forse implica una violazione formale ma non dello spirito della legge (che vuole prevenire rischi di corruzione tra regolatore e regolato). Resta da capire se il Quirinale, cui spetta l’ultimo passaggio nell’iter di nomina, deciderà di ignorare la legge Severino.

C’è poi un livello politico della polemica, rinvigorito per ultimo ieri da Pier Luigi Bersani (Mdp): “È ingiusta e immotivata la sostituzione di Rossella Orlandi”. Dietro queste contestazioni, ci sono fatti che meriterebbero un chiarimento. Negli ultimi anni, l’ex premier e segretario del Pd Matteo Renzi ha magnificato i risultati della lotta all’evasione dell’Agenzia delle entrate, con i 19 miliardi recuperati nel 2016 (solo pochi scettici, incluso il Fatto, hanno obiettato che gran parte di questi arrivano da chi ha commesso errori od omissioni nelle dichiarazioni dei redditi e non dalla lotta al “nero” e al sommerso). Eppure il Consiglio dei ministri guidato da Paolo Gentiloni non ha esitato un attimo a cacciare la Orlandi, tuttora priva di un incarico definito, senza peraltro muoverle alcuna critica.

Ruffini è stato voluto da Renzi a Equitalia, la stessa Equitalia che l’ex premier ha sempre denunciato pubblicamente, al punto da cavalcare l’astio popolare annunciando prima la “rottamazione” delle cartelle esattoriali e poi la “abolizione” dell’ente di riscossione. Che però non viene abolito ma soltanto inglobato in una struttura più grande che solleva anche qualche dubbio di legittimità democratica: la nuova Agenzia scriverà di fatto le norme sul fisco per il Tesoro (come accade già ora), deciderà come applicarle e procederà alla riscossione, unendo tre funzioni in teoria diverse.

Lo Stato non riesce a recuperare dai contribuenti 817 miliardi. Di questi, ha spiegato Ruffini, si può sperare di averne indietro soltanto 84,6, quelli davvero aggredibili sono 51,9. Meglio di niente. Ma il compito di Ruffini sarà recuperarne il più possibile, non certo meno. Con metodi più civili che in passato e con quel pragmatismo che ha già dimostrato (con gesti simbolici come mandare i dirigenti allo sportello e rendendo molte procedure più snelle). Ma l’obiettivo resta “una gestione uniforme e più efficace dell’attività di recupero”. Rimarrà anche l’onere di riscossione (aggio).

Perché Renzi e Padoan hanno cacciato la Orlandi, di cui celebrano i record, e promosso Ruffini, la cui Equitalia hanno voluto riformare? Nessuno ha pensato che gli elettori – e i contribuenti – meritassero una spiegazione.