Perfino a loro, gli agenti che hanno ucciso il terrorista Amri, la parola è parsa eccessiva (“non siamo eroi, abbiamo fatto il nostro dovere”), forse anche per l’imbarazzo di quei Facebook col braccio teso (subito oscurati) inneggianti a Hitler e Mussolini. Tranquilli, perché in questo e in altri casi nomina non sunt consequentia rerum, ovvero conseguenti alle cose, bensì consequentia tituli, per dirla in maccheronico.

Si poteva infatti chiamarli semplicemente coraggiosi, perché ci vuole del fegato con uno stragista che ti spara addosso, senonché la titolazione dei giornali ha le sue regole implacabili e tra una parola appropriata ma di ben 10 lettere e una inutilmente enfatica ma di sole 4 non c’è partita. Oggi così sciattamente stampato, Eroe, espressione mitologica che a scuola associavamo ad Achille, Garibaldi o Superman, appare irreparabilmente inflazionato, consumato, svalutato. Tanto che così fu anche definito il bravo comandante Gregorio de Falco, sol per aver gridato al riluttante Schettino della “Concordia”: “Salga a bordo, cazzo” (eroismo tuttavia che non gli evitò il successivo trasferimento).

Del resto Eroe, insieme a Ira, Choc e Gelo sono i quattro cavalieri dell’imbecillità dattilografa: brevi e inconsistenti come uno snack andato a male. Ira è il più ridicolo, quando accompagna uno dei sette peccati capitali e sentimento di forte impatto emotivo (fremere, ardere, accendersi d’ira) a personaggi che non alzerebbero la voce neppure per chiamare il taxi. Esempio: l’Ira di Mattarella. Choc (meglio di Shock, una lettera in meno) indicherebbe un’emozione improvvisa e intensa, molto adoperato come suffisso di eventi da sbadiglio: ManovraChoc, TrafficoChoc e perfino (lo giuro) FraseChoc per un tweet di Gasparri. Gelo è il solito pigro politichese quando non si ha voglia di spiegare impercettibili diversità di vedute tra impercettibili personaggi (per esempio: Gelo Alfano-Verdini). Come si dice di un giornalismo che ha perso il lume della ragione? Fesso. Cinque lettere, può andare.