NO. Perché che “la sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri”. Lo dice il Manifesto del Pd, scritto nel 2008 e ancora perfettamente vigente.

NO. Perché usare il margine garantito da una maggioranza incostituzionale per cambiare la Costituzione è come entrare in una casa con una chiave duplicata illegalmente e, una volta dentro, cambiare la serratura. E a rimanere chiusa fuori, questa volta, è la democrazia.

NO. Perché l’Italicum non la cambieranno mai se vince il Sì. E, comunque, se basta una pessima legge elettorale a rendere pericolosa una Costituzione, vuol dire che la legge elettorale è una pallottola che carica la pistola della Costituzione. E non basta togliere la pallottola dalla canna: perché chiunque ce la può rimettere con estrema facilità, nei mesi e negli anni futuri. Perché è sicuro che, se si mette una pistola sul tavolo, prima o poi qualcuno la userà: ed è per questo che – carica o scarica – non vogliamo una pistola puntata alla tempia della democrazia italiana.

NO. Perché se vincesse il Sì la scelta dei nuovi senatori sarebbe “totalmente rimessa ai partiti”. E, se si ricorda che tra la materie su cui dovrà legiferare questo Senato dei Partiti ci sono anche le materie costituzionali (art. 70: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali”), si comprende che il danno democratico sarebbe ancora più grave (…) Se, infatti, d’ora in poi la Costituzione potrà essere cambiata da un’assemblea non eletta direttamente del popolo, che ne è della nostra sovranità?

NO. Perché se vincesse il Sì, il nuovo Titolo V della Costituzione metterebbe nelle mani di pochissimi – cioè del governo centrale – le decisioni cruciali sul consumo del suolo e sulle grandi opere (…)

Parafrasando Bertolt Brecht, si può dire che “un governo che non riusciva a governare ha deciso di sciogliere il popolo”.

Ma domani, il 4 dicembre, il popolo può ancora dire: NO!