L’intervista

Marco Bellocchio: “Trattativa stato-mafia? Non vedo lo scandalo”. E sulle elezioni: “Meloni non si batte dicendo che è fascista”

In autunno la sua prima serie tv - Il regista de “Il traditore” sul 1992 e sul “principio di realtà” per cui Mori&C. scesero a patti coi boss: “È il risultato che conta. Liberiamoci del passato”

28 Agosto 2022

Ha appena cominciato le riprese del suo ultimo film, a Roma. Dal suo primo, I pugni in tasca, racconta l’Italia: era il 1965. Eppure, in questi anni, su molte delle cose di cui si è occupato Marco Bellocchio resta ancora da dire, da chiarire, sullo sfondo di un Paese che non ha fatto e non sta facendo “analisi collettiva”.

In autunno andrà in onda su Rai1 la sua prima serie, Esterno notte, acclamata all’ultimo Festival di Cannes, con cui il regista e intellettuale torna sul sequestro Moro. Accetta di rispondere alle nostre domande sulla trattativa Stato-mafia dopo qualche resistenza, “perché ho un’età in cui mi interessa dire qualcosa di minimamente interessante, altrimenti preferisco il silenzio”. Ne è nato un confronto che dagli anni delle stragi passa al terrorismo, alla memoria e al tempo presente, “l’unico in cui ci si oppone veramente”.

Lei ha dedicato molte opere alla nostra storia recente. Che ricordo ha delle stragi di Capaci e di via D’Amelio?

Si rimase come attoniti. Il “nemico” aveva dimostrato una potenza inaspettata anche se suicida, perché i corleonesi obbligarono lo Stato a una reazione molto più forte. È quello che Tommaso Buscetta dice a Riina: “Hai distrutto Cosa Nostra”. E in effetti quella Cosa Nostra è stata per lo più smantellata o, quantomeno, il potere dei corleonesi è andato in pezzi, anche grazie ai tantissimi pentiti che seguirono Buscetta. Il potere mafioso si è poi riformato, ma in modo diverso.

Che effetto le fa sapere, come scritto nella sentenza di appello sulla trattativa, che parte dello Stato, i carabinieri del Ros, dialogasse con la mafia e, per spaccare l’egemonia di Totò Riina, favorisse la “latitanza soft” di Bernardo Provenzano puntando sulla sua ascesa al potere mafioso?

Io non vedo e non sento lo scandalo. Poi, fin dove si potesse arrivare o se siano stati commessi reati gravissimi, non lo so, bisogna rivolgersi ai giuristi. Certamente, se col dialogo si sono ottenuti dei risultati anche questo un po’ conta.

Secondo altri giudici, quelli della Corte di Assise di Firenze, quel dialogo finalizzato alla cessazione delle stragi produsse “un effetto deleterio per le istituzioni, mettendo a nudo l’impotenza dello Stato”.

La trattativa io l’ho sempre seguita dai giornali. E per l’opinione pubblica l’aver arrestato Riina e poi Provenzano sono state boccate d’ossigeno, un minimo di speranza nello Stato: se si potessero prendere prima, se non abbiano perquisito il covo, se il generale Mori abbia patteggiato con dei criminali… non sono io a poter giudicare. Il risultato c’è stato.

E se tra questi risultati ci fosse stata, invece, un’accelerazione dell’esecuzione del giudice Paolo Borsellino, fino anche alle stragi del 1993-94?

Vede, io ho una deformazione che è quella di cercare di fare un racconto. È come se l’immaginazione, la sensibilità, lo sguardo si debbono attaccare a delle immagini. Quando racconto i misteri italiani, gli storici possono non condividere o criticare. La mia libertà sta nel raccontare cercando di non essere schiacciato, condizionato, imprigionato dall’ideologia. Le domande che mi pone comportano dei giudizi politici, io non ho interesse a restar coperto, è che mi interessa altro: i personaggi, l’umanità. Persino in Esterno notte non viene fuori un giudizio negativo sul principio della fermezza o sul trattare o non trattare, io prendo altre strade.

Il rapimento di Aldo Moro fu anch’esso un attacco diretto al cuore dello Stato. Dopo 55 giorni di trattative “fu la logica del potere la vera colpevole”, lei ha detto. Lo Stato contro le Br fu per la linea della fermezza, a differenza che contro la mafia…

Qualche storico ha detto che in fondo non è che Giulio Andreotti fosse il diavolo: è che nel 1978 aveva tenuto, difeso, condiviso con il Pci il principio di non trattare con chi non riconosceva lo Stato. C’è stata cecità politica ma non delinquenza né disegno criminale; che poi restino una serie di oscurità è un altro discorso. Non è così assurdo sostenere che per un principio di realtà – la difesa dell’autorità dello Stato – si sia imposta con le Br la linea della fermezza. Lo Stato allora si era davvero molto squalificato. Se le Br avessero liberato Moro avrebbero vinto, e raccolto le simpatie di quella sinistra che stava “né con lo Stato né con le Br”. Ma le Br non hanno capito niente, Moro lo hanno ammazzato e si sono suicidati.

La storia, a partire da quel 1978, sarebbe potuta andare diversamente?

Devono rispondere gli storici. Sul caso Moro ci sono migliaia di libri e interpretazioni diverse. A un certo punto bisogna chiuderla lì. E la stagione del terrorismo, pur con qualche epigono tardivo, si è chiusa: è stato l’ultimo uragano, la fine tragica di un sogno rivoluzionario. Tutt’altro quella delle mafie: le radici sono più profonde, vive.

Sembriamo però un Paese con un grande rimosso collettivo se pensiamo che in Sicilia si sono riaffacciati sulla scena politica Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro… Siamo senza memoria?

Non lo so. Una serie di echi del passato è indubbio ci siano. Li vediamo anche adesso, durante la campagna elettorale. Giorgia Meloni non la si batte però dicendo che è un po’ fascista, che non prende le distanze, che non toglie la fiamma… non è lì che si vince, che cavolo! È giusto non dimenticare. Ma il Pd dovrebbe mettere in discussione il proprio passato, lavorare sull’avvenire, su cosa proporre, sulla concretezza del nuovo. Questo la sinistra non l’ha capito. La partita è ancora aperta, ma c’è il pericolo di una grande astensione.

Il rischio, secondo lei, è di una sinistra solo di testimonianza?

Sì. Io ho 82 anni: il passato è stato il mio presente e il mio presente è il mio passato. Nei giovani mi ha colpito, per Esterno notte, l’interesse per quello che non conoscevano affatto: è giusto allora raccontare loro quei personaggi, quelle storie, e io sono ben felice di averlo fatto. Però è sul presente, sull’essere concreti e radicati nelle realtà terribili dell’oggi che ci si oppone.

La lotta alla mafia è uno di quei temi concreti o occuparsene è ormai fare la conta dei vivi e dei morti?

La lotta alla mafia va fatta, ma a partire dal presente e dal famoso “territorio”, non calandola dall’alto: il rischio altrimenti è che sia solo slogan.

“In Italia sono i morti che comandano” è una delle battute del suo Il regista di matrimoni. Il riferimento era al potere clericale, al ritorno di morti che comandano considerato il vuoto della vita sociale e politica: è lo stesso che ci circonda oggi?

No, non direi. Oggi, diversamente dagli anni del sequestro Moro, siamo assediati dal senso di una catastrofe imminente: i fiumi che si prosciugano, il clima che impazzisce, le pandemie che si moltiplicano… In quest’era social c’è poi qualcosa di nuovissimo: tutti dicono a tutti ciò che viene loro in mente. Con l’idea, o la speranza, di allargare la propria influenza, di avere più follower. Questo sta modificando antropologicamente la specie umana, persino l’immaginazione. Sta modificando la politica. E anche il nostro sguardo, che si polverizza di fronte a questa tempesta di messaggi-lampo.

Il suo antidoto?

Per me il tempo, il respiro. Lo vedo nelle riprese cinematografiche, cerco di darmi sempre la notte per rielaborare quanto pensato il giorno prima: alcune volte sbagli meno. Se sei assediato da migliaia di freccette e lampeggianti rimani sulla superficie. Come nella vita: è sul tempo che si misurano i rapporti importanti.

Lei era vicino ad Andrea Camilleri che da insegnante di recitazione al Centro sperimentale le suggerì la strada della regia. Cosa avrebbe detto di questa sua Sicilia al voto? Hanno avuto ragione i ragazzi dei manifesti di Forza Mafia?

Non so cosa avrebbe detto, ma vedere dei giovani che si oppongono alla disperazione di una storia ineluttabilmente tragica è una speranza. È una generazione nata col cellulare in mano, ma questa è la prova che lo si può trasformare in uno strumento di lotta, non di imbecillità. Io mi sono un pochino salvato in questa mia lunga vita perché c’è stato un momento, quando vedi qualcosa che ti viene addosso e che ti vuole uccidere, in cui non mi sono arreso, usando le armi che avevo, e sbagliando anche. La capacità di reagire dei giovani palermitani, nonostante le nubi fosche all’orizzonte, è commovente. Anche io cerco quel poco che posso fare per combattere, e lo cercherò fino alla fine. Nonostante…

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