La condanna di Mimmo Lucano a 13 anni e 2 mesi di reclusione non è solo accanimento feroce contro un uomo giusto, che mai ha tratto lucro alcuno dal modello di accoglienza sperimentato a Riace. È altresì un’offesa recata allo spirito della nostra Costituzione, come argomentò da par suo Piero Calamandrei dopo la condanna (ben più lieve) subita nel 1956 da Danilo Dolci, colpevole d’invasione di terre siciliane incolte. Se affianco il nome di Mimmo Lucano a quello di Danilo Dolci è perché entrambi incarnano il diritto/dovere della disobbedienza civile nonviolenta allorquando il sistema – e l’ottusità delle sue normative – impediscono l’attuarsi di un’azione finalizzata al bene pubblico, come prescritto dalla nostra Carta fondamentale.

Equiparare ad “associazione a delinquere” la riconversione di un piccolo paese calabrese in vitale luogo di convivenza aperta ai migranti, è al tempo stesso un’aberrazione giuridica e un messaggio devastante. La prima verrà probabilmente mitigata nei successivi gradi di giudizio; ma la criminalizzazione della solidarietà rappresentata da questa condanna spropositata (più alta di molte inflitte a esponenti della ‘ndrangheta) è una ferita non rimarginabile inflitta a tutti coloro che praticano la solidarietà sociale.

Mimmo Lucano ha riconosciuto di aver commesso violazioni amministrative, sanzionabili dalla Corte dei Conti, prive di risvolti penali, sempre e solo allo scopo di gestire situazioni d’emergenza. Senza mettersi un soldo in tasca. Si tratta di irregolarità che chiunque in Italia soccorre i migranti s’è trovato giocoforza a commettere, data la legislazione vigente.

La sentenza di cui è vittima capovolge il senso comune della giustizia. Mimmo Lucano, come Gino Strada, ha scosso con il suo esempio le nostre cattive coscienze. Continueremo a essergliene grati. Lo ha condannato uno Stato i cui funzionari di notte lo svegliavano per chiedergli di ospitare dei poveretti che non sapevano dove mandare.

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