“Il mondo è cambiato, ma la mafia non ha fatto che adattarsi; essa è oggi quella che è sempre stata fin dalla sua origine: una società segreta cementata dal giuramento che insegue il potere e il denaro coltivando l’arte di uccidere e di farla franca”. Quel che lo storico John Dickie ha scritto per Cosa Nostra (estensibile alle altre mafie) va condiviso in toto, magari aggiungendo all’arte di uccidere quella di corrompere e di pescare sempre nuovi complici nella inesauribile “zona grigia”. A cambiare siamo invece noi: noi Stato, noi cittadini.

Falcone prima di essere ucciso a Capaci aveva ispirato il cosiddetto “ergastolo ostativo” per i mafiosi, una normativa di giusto rigore che (combinata col 41-bis, approvato subito dopo le stragi del 1992, e con le norme sui “pentiti”) ha contribuito agli imponenti successi ottenuti dagli inquirenti contro la mafia.

Nel 2019 la Corte costituzionale ha “innovato” la materia, nel senso che il magistrato di sorveglianza può concedere permessi premio a tutti i detenuti condannati al massimo della pena per fatti di mafia. Tutti, anche quelli che non si sono pentiti, cioè non hanno “saltato il fosso” e dato una mano collaborando con la giustizia. In sostanza, una robusta spallata all’ergastolo ostativo e di riflesso al pentitismo, non più decisivo per i benefici. Dunque una spallata a due collaudati capisaldi dell’antimafia.

Ora la Consulta deve stabilire se introdurre un ulteriore cambiamento, così che l’ergastolano mafioso non pentito possa accedere anche alla libertà vigilata. La decisione del 2019 (secondo Giovanni Bianconi) era stata votata con la stretta maggioranza di 8 a 7. Vedremo come andrà a finire questa volta. Certo è che si è già registrato un rilevante cambiamento, nel giro di pochi gironi, da parte dell’Avvocatura dello Stato. In prima battuta essa aveva chiesto alla Consulta di respingere il ricorso del detenuto che aveva sollevato il caso, ora invece ha cambiato avviso, chiedendo alla Corte una sentenza che (senza dichiarare l’incostituzionalità della norma impugnata) la interpreti, nel senso che il giudice di sorveglianza dovrà verificare in concreto quali sono le ragioni che non consentono la condotta collaborativa. L’Avvocatura rappresenta il governo e questo suo ripensamento va appunto collegato al cambio di governo.

Resta comunque difficile capire come un delicato problema intrecciato a filo doppio con la lotta alla mafia possa esser diversamente valutato a seconda della bandiera che sventola a Chigi. La cifra con cui l’esecutivo si rapporta alla mafia dovrebbe essere sempre la stessa, tanto più se ci si vanta – come l’attuale governo – di ispirarsi a un sano pragmatismo.

Ora non è solo pragmatismo, ma plurisecolare e immutabile realtà della mafia (confermata da esperienze univoche e convergenti) che senza “pentimento” manca ogni segno esteriore di apprezzabile concretezza per poter valutare la possibilità di un effettivo distacco dal clan con conseguenti prospettive di reale recupero. La realtà (il “cemento” di cui parla Dickie) esclude in modo assoluto che lo status di uomo d’onore possa mai cessare, salvo che nell’ipotesi (unica!) di collaborazione processuale. In assenza del pentimento le decisioni del magistrato di sorveglianza (oltre a comportare una forte sovraesposizione personale) rischiano di essere una sorta di azzardo surreale.

Vero è che il magistrato di sorveglianza può avvalersi di varie informazioni (del carcere, del Comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica, del procuratore nazionale e distrettuale antimafia) sull’attualità dei collegamenti. Ma è anche vero e risaputo che questi “contributi” risultano per lo più di facciata. In particolare, soltanto Alice nel paese delle meraviglie potrebbe fidarsi del mafioso che rivendica come titolo valutativo quello di essere stato un detenuto modello, perché il rispetto formale dei regolamenti carcerari non equivale a un inizio di resipiscenza, ma è una regola che il mafioso “doc” si impone proprio in quanto irreversibilmente “doc”.

Facile prevedere che i legali degli ergastolani per delitti di mafia sosterranno che costoro non sono liberi di scegliere di collaborare, perché metterebbero in pericolo l’incolumità propria e dei familiari. Ma l’obiezione urta contro la constatazione che ormai da anni lo Stato italiano ha dimostrato coi fatti di essere in grado di proteggere migliaia di pentiti e le loro famiglie.

So bene che mi sono guadagnato una grandine di accuse, tipo forcaiolo e manettaro. Ma proprio le vittime di mafia ci hanno insegnato che indipendenza significa fare quel che si ritiene giusto. Anche se le “anime belle” vorrebbero altro.

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