Caro direttore, sulle carceri restiamo umani: è una tragedia

1 Dicembre 2020

Sarò ingenuo, ma credo che chi per amore di giustizia e di pubblica sicurezza persegue l’obiettivo della certezza della pena, e perciò mal sopporta l’indulgenza mascherata col garantismo di cui godono i potenti, proprio lui dovrebbe avere più degli altri a cuore la sorte dei detenuti.

Per questo mi è dispiaciuto che il direttore Marco Travaglio abbia indirizzato domenica scorsa il suo ben noto sarcasmo non solo nei confronti di Luigi Manconi, Roberto Saviano e Sandro Veronesi – che hanno la scorza dura – ma anche delle persone recluse in carcere al tempo del Covid.

L’articolo spiritosamente intitolato “Tana liberi tutti” sosteneva che dal punto di vista sanitario “le carceri restano il luogo più sicuro, protetto e controllato del Paese”. E, richiamandosi al “buonsenso” (parola viziata dall’abuso che ne fa Salvini), aggiungeva che “contro un virus che si combatte con l’isolamento, chi è già isolato è avvantaggiato rispetto a chi non lo è”.

Non è materia su cui scherzerei.

Immagino cosa significhi condividere una cella sovraffollata con dei positivi, per quanto asintomatici. Tanto più quando la pandemia determina lo stop ai colloqui con i familiari e alle attività di formazione e lavoro; lasciando fuori operatori sociali e volontari.

Non voglio attribuire a Marco un sentimento di rivalsa – il tipico “ben gli sta, a quei criminali” – che nel suo scritto non compariva. Sappiamo entrambi quanto è diffuso nell’opinione pubblica, e chi lo cavalca: anche per questo la situazione delle carceri italiane è una tragedia nella tragedia. Basti pensare ai 13 detenuti morti nelle rivolte del marzo scorso per cause diverse legate alla loro disperazione. Se nel frattempo si è provveduto al rilascio anticipato o alla carcerazione domiciliare per circa settemila reclusi, vuol dire che le autorità l’hanno ben presente: le prigioni erano troppo piene, anche di persone non pericolose.

Proviamo, allora, a uscire dal logoro schema per cui tu ti compiaci a figurare “carogna” di fronte a noi “anime belle” del garantismo di sinistra? Lo ripeto: proprio chi ha a cuore la certezza della pena dovrebbe essere il primo a tener presenti le finalità di reinserimento sociale della pena stessa, apprezzare le buone pratiche che riducono la probabilità di recidiva dei reati, studiare misure alternative alla detenzione, e infine denunciare il sovraffollamento delle carceri per quello che è: una realtà incivile e criminogena.

Se non chiedo troppo, l’emergenza Covid potrebbe offrirci la possibilità di allargare lo sguardo e, forse, di capirci. È vero, infatti, come tu scrivi, che il virus ha causato un numero relativamente basso di morti dentro le carceri. A differenza di quanto avvenuto in altre “istituzioni totali” come le Rsa. Ciò dipende solo dall’età media assai più bassa dei detenuti rispetto agli anziani ricoverati. Ma allora andiamo a vedere quantità e qualità di cui è composta l’umanità delle carceri.

Leggo le cifre pubblicate sul sito del ministero della Giustizia: il numero dei detenuti è raddoppiato negli ultimi vent’anni. Erano 31mila nel 1991, più di 60mila alla fine del 2019. Nel 2010 avevano raggiunto la cifra record di oltre 68 mila. Si basi bene: tale poderoso incremento del tasso d’incarcerazione non è in alcun modo correlato a un incremento della criminalità e della delinquenza. Nel corso dello stesso ventennio il numero degli omicidi volontari è crollato dell’80%. Le carceri italiane si sono riempite in seguito a ben precise scelte legislative di politica criminale che hanno selezionato chi e come deve essere punito. Per capirci: terroristi e mafiosi (non parliamo dei corrotti) sono una piccola minoranza della popolazione detenuta. Lo stesso sito del ministero ci informa che dal 1991 a oggi è più che raddoppiato il numero degli stranieri incarcerati, in genere “pesci piccoli” dello spaccio di droga. Siamo passati dal 15% fino a oltre il 37%, per stabilizzarci sul 33%.

Certo, qui il discorso dovrebbe allargarsi all’efficacia delle normative vigenti in materia di “guerra alla droga”. Certo, il boom delle incarcerazioni è un fenomeno mondiale, non solo italiano, se è vero che oggi nel mondo ci sono più di dieci milioni di detenuti, un quarto dei quali nei soli Usa. Fermiamoci qui. Ma per favore evitiamo di titillare l’impulso di chi prova soddisfazione nel sapere che il colpevole soffre.

Ti ricordi, Marco, il giorno in cui due ministri, uno dei quali in divisa da poliziotto, accorsero a Ciampino festanti per accogliere un latitante catturato? Almeno noi, restiamo umani.

LA RISPOSTA DI MARCO TRAVAGLIO

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