Ansia e smarrimento aleggiano tra la popolazione a causa del coronavirus. Il tambureggiare serrato dei dati di nuovi casi e morti risuona tutte le sere al tg e la gente inizia a essere stufa. Non siamo fatti per tollerare l’ansia per lunghi periodi di tempo. Eppure una catastrofe ancora maggiore incombe sul pianeta Terra e sull’uomo: è l’insieme delle crisi ecologiche causate dal sistema produttivo consumistico e capitalistico.

Una riflessione profonda deve essere fatta da chi ne parla e vuole rendere consapevole la popolazione del grande rischio che corriamo e che sono necessari cambiamenti drastici e repentini del nostro modo di vivere e delle scelte politiche. Come comunicare un problema che è grave, complesso e allo stesso tempo non sommergere chi ascolta solo di dati o di ansia?

La risposta è il potere creativo delle parole. Esiste un dibattito che dura da quando è nata la filosofia: è l’osservazione del mondo che dà origine alle parole o sono le parole che originano le cose? Non stiamo parlando di un magico potere creatore di una persona che materializza gli oggetti nominandoli ma del fatto che è difficile esprimere concetti se mancano le parole e che quando si trovano le parole esatte diventa molto più facile distinguere sfumature di senso e gravità dei fatti. Le parole creano mondi dentro di noi e danno senso al nostro vivere. La scienza è un prodotto del pensiero umano grandioso che ci ha donato vite più lunghe e prospere ma intrinsecamente fugge dalla ricerca del senso delle cose. Il pensiero scientifico non si chiede la ragione ultima del posto dell’uomo sulla Terra e men che meno del destino individuale di ognuno di noi, si interroga del funzionamento delle cose. È un pensiero innanzitutto quantitativo. Ed è questo il grande spazio vuoto da riempire per chi parla di cambiamento climatico. La parola può generare mondi e significati che il linguaggio scientifico non immagina. Miti, leggende e anche romanzi possono spingerci a comportamenti che valutazioni di impatto ambientale non potrebbero cambiare di una virgola.

“In principio era il verbo…” si legge nel Vangelo di Giovanni ma anche il mondo immaginario del Signore degli Anelli è stato creato dal canto degli Dei.

Non sto affermando di gettare nel fuoco la scienza, ma per evitare la catastrofe è richiesto un grande cambiamento dei nostri comportamenti collettivi e individuali e abbiamo bisogno di un discorso che dia senso al nostro agire, non di paura o dati (o meglio non solo). A Londra le persone cercano il binario 9 e 3/4 e per la gente ha più senso di un qualsiasi sconosciuto treno regionale che unisce due mete qualsiasi, fisiche ma nebulose nel nostro mondo interiore.

Nella mitologia norrena la fine del mondo, il Ragnarok, è rappresentata da un gigante di fuoco che con una spada fiammeggiante incendia tutto. Il lettore moderno non crede a questo racconto, ma un poco invidio i poeti che muovevano emozioni che nessun divulgatore è in grado di fare. Oggi il Ragnarok sta diventando scienza. Il mondo si sta scaldando, a una velocità mai vista e questo è dovuto alla CO2 rilasciata dall’uomo nell’atmosfera. È solo quando ci saranno parole piene di senso per tutti che potremo capire il pericolo a cui stiamo andando incontro e l’urgenza del cambiamento. In questo momento storico è in corso la sesta estinzione di massa. Quattro parole che hanno poco senso ma che esprimono un concetto drammatico e doloroso. Cinque volte nel corso di 500 milioni di anni la vita sul Pianeta ha subito una catastrofica riduzione in numero e varietà, la più famosa è l’estinzione dei dinosauri. Ora si sta verificando questo fenomeno per la sesta volta. Migliaia di specie si stanno estinguendo e noi potremmo essere una di queste. Vi faccio un esempio: aquile, struzzi, tucani, albatros, colibrì… toglietevi dalla mente questa immagine, oggi il pollo rappresenta più del 90% di tutti gli uccelli del Pianeta.

Quale parola potrebbe cogliere il dolore acuto dell’estinzione simultanea di milioni di animali, di interi habitat e ecosistemi?

Non saranno dei norreni a salvarci né giganti di fuoco a condannarci ma la scelta tra un nuovo paradigma culturale o la catastrofe.

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