Bielorussia

Lukashenko e le indomabili “cattive ragazze” di Minsk

Le proteste. È la misoginia l’ultimo baluardo del presidente: “La Costituzione non è femminile”, ha detto. Eppure da 40 giorni sono le donne l’anima della rivolta

15 Settembre 2020

Svetlana, Maria, Olga, Veronika… non possiamo più ignorare lo straordinario coraggio delle donne bielorusse che da oltre un mese hanno assunto la guida della rivolta popolare nonviolenta per abbattere il regime di Alexander Lukashenko, al potere da 26 anni. L’ultimo dittatore europeo si è rivelato anche un campione di misoginia. Pur di farsi eleggere una sesta volta, non solo ha ordinato migliaia di arresti, scatenato i poliziotti col passamontagna contro i manifestanti, espulso tutti i giornalisti stranieri e oscurato Internet.

Per sbarazzarsi della candidatura di Svetlana Tikanovskaya, in campagna elettorale pensò bene di dichiarare: “La nostra Costituzione non è fatta per una donna. E la nostra società non è matura per votare una donna. Perché secondo la nostra Costituzione il presidente ha un forte potere, e solo un uomo può averne”. Mal gliene incolse.

Descritta come una semplice casalinga, la trentottenne Tikanovskaya, laureata in Filologia, insegnante e traduttrice, si è dimostrata un’avversaria formidabile grazie proprio alla sua estraneità al potere. Non ha esitato a rivendicarla quando è espatriata in Lituania per ricongiungersi ai figli di 4 e 10 anni: “Sono una donna debole. Non auguro a nessuno di trovarsi a dover fare scelte simili”.

Identica la sorte della manager Veronika Tsepkalo, costretta a rifugiarsi in Polonia per raggiungere il marito e i figli. Come l’attivista Olga Kovalkola, fuggita a Varsavia dopo la scarcerazione. Come Antonina Konovalova, che invece si trova ancora detenuta. Il regime di Lukashenko ha tentato invano di fermare le manifestazioni di piazza costringendo all’esilio queste portavoce vestite di bianco della Russia Bianca. Non tutte si sono piegate, nonostante i veri e propri rapimenti di cui sono state vittime. La musicista Maria Kolesnikova, suonatrice di flauto, anche lei giovane ma con una carriera che l’aveva già portata a suonare in Germania, ha addirittura compiuto il gesto temerario di strappare il suo passaporto pur di scongiurare l’espatrio forzato. Ora, rinchiusa in un centro di detenzione di Minsk, è diventata punto di riferimento di un intero popolo in rivolta.

Gli agenti in borghese del regime hanno cercato di intimidire anche la donna più celebre di Bielorussia, premio Nobel 2015 per la Letteratura: la settantaduenne Svetlana Aleksievich. Protetta dall’età e dal prestigio internazionale, lei però non ha smesso di denunciare: “Prima ci hanno rapito il paese, poi vengono rapiti i migliori di noi”.

Considerata una nemica da Lukashenko, Svetlana Aleksievich ha dovuto trascorrere molti anni all’estero, a Berlino e in Italia, a Pontedera. Ha raccontato in pagine straordinarie, tra il giornalismo e la letteratura, la sofferenza delle madri e delle vedove del Secondo conflitto mondiale (La guerra non ha un volto di donna), così come la vita dopo il crollo del comunismo. Una testimone scomoda che oggi sostiene la “rivolta per il pane”, che il regime vorrebbe dividere prendendosela con i “parassiti” rimasti senza lavoro e senza reddito.

Questo protagonismo femminile, pacifico ma indomito, costellato di veri e propri atti di eroismo individuale, ha per teatro un Paese di meno di dieci milioni di abitanti ai confini dell’Unione europea. La realpolitik ci ha indotti finora a non intrometterci, considerandolo una colonia di Putin, e lo stesso Lukashenko si trincera dietro alla minaccia: “Se crolla la Bielorussia, la Russia sarà la prossima”. Ma di fronte a queste donne e all’anelito di libertà che impersonano, oggi non sarebbe più decente chiudere gli occhi.

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