Georgi Gospodinov scrive che “la patria è lì dove sono i nostri nemici”. La mia patria, cioè la terra in cui mio padre ha registrato la mia nascita, è un posto a cui sono legata soprattutto dal rancore. Tǎgà, direbbe il bulgaro: sentire la mancanza di qualcosa che non è mai successo. Io e un’altra donna, nate in contesti simili ma separate dal confine visibile che taglia sempre più nettamente l’Italia in almeno tre sotto-nazioni, non abbiamo avuto la stessa vita. E non per qualcosa che dipende da noi; ma perché la terra dei nostri padri, in quanto donne, ci è ostile in modi diversi.

“Ti sento molto vicina”, mi ha scritto di recente Nadia Terranova. Quattro parole che mi hanno commossa e convinta ancora di più della necessità di dissezionare dal di dentro la cultura oppressiva delle donne e delle diversità. Noi che, con molta fatica, ci siamo costruite un ponte da attraversare per prendere le distanze e intravedere le grate della gabbia da cui siamo fuggite, dobbiamo fare uno sforzo in più: dobbiamo arrivare alle bambine e alle ragazze che nei luoghi dei padri sono considerate sacrificabili. Per quanto lontano riusciamo ad andare, se le lasciamo indietro, non avremo fatto abbastanza.

Per tutta la vita ho cercato di capire cosa non funzionava nella parte d’Italia in cui sono nata e cresciuta. O farei meglio a dire: in cui sopravvivo. Un posto ricco, almeno formalmente. Un posto in cui i numeri sui femminicidi e sulle violenze di genere non avrebbero senso di esistere. Nonostante una narrazione così trionfalistica da suonare talvolta paradossale, queste terre sono quelle degli impresentabili Pillon, dei convegni sulla famiglia finanziati dalle destre internazionali, dei vertici amministrativi fanatici pro-vita, della rimozione di genere nella rappresentanza, del gap retributivo, della prostituzione, della violenza economica e psicologica ordinaria. C’è un problema tra il nord e le donne. Lo dicono i dati dell’Istat e lo dimostra l’unico simbolo che identifica il macro-progetto indipendentista che, per tutta la mia vita, ha caratterizzato questa parte d’Italia: Miss Padania, metafora di una disfunzione strutturale di uno dei luoghi più produttivi e più intossicati del mondo.

Non ci resta che riderne poiché, ad analizzare nei dettagli il mito sovranista del celodurismo, che qui ha ancora il suo zoccolo di consenso inossidabile e una narrazione quotidiana modellata sul palinsesto di Radio Padania Libera, è tutto così paradossale e arretrato da sembrare una barzelletta.

Da una vita colleziono ritagli e notizie di storie di ordinaria follia e violenza nella Macroregione. Finché mi sono imbattuta nella storia delle storie: due parrucchieri gay, implicati in un’escalation di violenza mossi da una vendetta per una relazione sentimentale e lavorativa finita male, colpevoli di un devastante incendio che ha portato morte e distruzione in paesino di provincia apparentemente dominato da un equilibrio millenario di ipocrita tranquillità. Un vicenda per me doppiamente affascinante e in grado di aiutarmi a comporre finalmente il mio ritratto di Dorian Gray, quello in grado di rivelare la corruzione e l’orrore che si celano dietro l’apparente perfezione.

Al centro di Padania Blues (SEM, pagine 272, Euro 16), infatti, c’è una figura che non fu primaria nella vicenda giudiziaria, ma che diventò la protagonista del degrado narrativo dei media: la giovane e procace shampista, implicata per futili motivi nella vicenda, inizialmente unica testimone e accusata. Mano a mano che la storia passava dalle cronache della provincia alle pagine dei giornali, era sempre di più lei il centro dell’interesse: una storia di violenza diventava così una specie di barzelletta pornografica, con quella depravazione narrativa a cui decenni di accanimento mediatico ci hanno assuefatto. Nonostante non provassi simpatia né stima per il suo movente e per le sue ambizioni di vita, questo degrado nei suoi confronti mi ha mosso una rabbia profonda: se io non sono stata condannata a vendermi, se ho imparato a considerarmi più che un oggetto per il piacere degli uomini, è stata solo per la fortuna di aver conosciuto – lontano da casa – persone diverse, emancipate e colte, che credevano in loro stesse e in me; e che, con pazienza, mi hanno aiutato a mettere in discussione i miei modelli e i miei pregiudizi.

Cosa può fare una ragazza da sola in un contesto in cui, anche quando raggiungi posizioni di potere, per la maggioranza degli uomini tuoi pari rimani sempre una shampista di provincia, arrivata per grazia di un uomo o per scherzo del destino?

Ricorderemo il marzo 2020 come il momento in cui il cuore del mito padano – che potremmo riassumere come: produrre rende invincibili – si è infartato. Siamo a un bivio: possiamo ostinarci a rimettere in moto questa macchina che ha già consumato tutto (le terre, le acque, il senso di comunità); o possiamo usare questo crollo per costruire modelli e realtà concretamente migliori, che rispettino le donne e le diversità.

La provincia è più sincera della grande città quando si tratta di raccontare le vite reali, quotidiane, delle persone e delle comunità. Magari non sarà la mia esile, indisponente protagonista a cambiare un intero pezzo d’Italia. Ma lei esiste, ovunque, dissacrante e implacabile, senza più nulla da perdere. E rende la favola della Macroregione sempre più inascoltabile, con un maschile predatorio tratteggiato di eroismo e la famiglia patriarcale descritta non come la gabbia opprimente che è, bensì come l’unico rifugio possibile per rifiutare il confronto col mondo globale e i suoi valori, costantemente in evoluzione dialogica.

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