La politica, la cultura, il sistema produttivo, la classe dirigente: c’è un problema serio con la genitorialità in Italia (e quindi con la natalità). Lo dicono i dati, mentre le analisi raccontano che al di fuori di quanto previsto dalla legge o dai contratti collettivi, non esiste in una rete di sicurezza – pubblica o aziendale – per i neo genitori. Niente nidi, pochi incentivi, flessibilità organizzativa nulla. Solo chi guadagna abbastanza o ha i nonni vicini riesce a tamponare. Tutti gli altri soccombono.

I dati. Secondo la rilevazione dell’Ispettorato nazionale del lavoro pubblicata ieri, nel 2019 si sono dimesse dal lavoro 37.611 neo-mamme e 13.947 neo-papà (11.488 per passare a un’altra azienda). Un aumento del 4% rispetto al 2018. Le donne, nel 73 % dei casi, si sono licenziate. La cifra non fotografa neanche l’intero fenomeno: riguarda infatti solo i casi di dimissioni “certificate” dall’Ispettorato (per legge in Italia non si possono licenziare i lavoratori nel primo anno del bambino e le dimissioni devono essere convalidate dall’Ispettorato) e i casi di bambini di età inferiore a tre anni. A fronte dell’alta probabilità che ci siano zone d’ombra o dimissioni mascherate non rilevabili.

Le motivazioni. Secondo i dati, poi, il fenomeno riguarda soprattutto genitori al primo figlio, che hanno tra i 29 e i 44 anni e con meno di tre anni di servizio. La spiegazione più frequente è “la difficoltà di conciliare l’occupazione con le esigenze di cura della prole” (20.730 casi, erano 20.212 nel 2018). Manca il supporto dei parenti e, nei casi in cui non sia stata proprio respinta la domanda (2%) il costo dell’asilo nido o delle baby sitter è troppo alto. Per quasi 11mila lavoratori il problema sono “l’organizzazione e le condizioni di lavoro, particolarmente gravose” o poco compatibili con l’assistenza dei piccoli. Poi luogo e orario di lavoro, sia per l’impossibilità di modificarli sia per il rifiuto di concedere il part time.

Chi e dove. Le dimissioni riguardano soprattutto il settore terziario (39.247 casi) e l’industria (8.555). Non si salva la Pubblica Amministrazione, con 142 episodi. E se in numeri assoluti può sembrare che ci sia una sproporzione tra Nord (33.442), Centro (9.899) e Sud (8.217), le cose cambiano in percentuale. Al Nord le madri dimesse sono lo 0,49% delle lavoratrici, al Centro lo 0,43% e al Sud lo 0,4%. Quanto ai padri, sono molti di più al Nord, complice un mercato del lavoro è più dinamico.

Il welfare. L’altra faccia della medaglia è l’assenza di un welfare aziendale adeguato che tuteli la vita familiare. Lo si è visto, durante l’emergenza Covid, nella necessità impellente di avere le scuole aperte. Ma lo racconta anche il rapporto sul 2019 “Welfare Index Pmi” promosso da Generali. Sul supporto ai genitori è attivo solo il 60% delle imprese italiane. La flessibilità organizzativa è praticata solo dal 34%. Malissimo telelavoro e smart working: il primo si ferma al 5,5%, il secondo al 5,3. Solo il 21% delle aziende ha previsto almeno una attività per il supporto alla genitorialità, tra permessi aggiuntivi e integrazione salariale. Completamente assente la cultura dell’assistenza diretta: asili nido convenzionati, aziendali, scuole materne, centri gioco o doposcuola solo in circa lo 0,4% dei casi. Lo 0,5 per il reperimento di baby sitter.

Il commento. Francesca Zajczyk è professoressa ordinaria di Sociologia urbana alla Bicocca di Milano. “L’abbandono del posto di lavoro con la nascita dei figli è un fenomeno tipicamente italiano – spiega – e qui chi lo sceglie non rientra più nel mercato del lavoro”. Per la Zajczyk è positivo il dato che riguarda gli uomini. “Indica una crescente volontà di vivere e condividere la genitorialità in un contesto in cui i cambiamenti sono lenti”. Peccato che il tessuto socio-economico non vada di pari passo. “Le grandi aziende hanno già incamerato la cultura del welfare genitoriale – spiega la professoressa – ma il tessuto produttivo italiano è quasi esclusivamente formato da piccole e medie imprese che sono molto indietro. Basti pensare che considerano lo smart working ancora una sperimentazione”. Il sindacato poi è assente e gli accordi avvengono tra lavoratori e datori: “Il ricatto della firma in bianco è ancora una realtà, soprattutto per le donne”. Il culmine di questo sistema è il progressivo calo delle nascite. “C’è una disattenzione totale alla questione (ormai diventata problema) della famiglia – conclude Zajczyk –. Le aziende non si chiedono cosa possano fare attivamente, soprattutto ora che le nuove generazioni sono pronte a un sistema ibrido di conciliazione tra vita e lavoro: nidi aziendali, assistenza di baby sitting, lavoro dinamico”. Insostenibile per le piccole imprese? “Si possono pensare moltissime soluzioni, a partire dalle alleanze territoriali tra le diverse aziende o sussidi specifici. È una sfida, ma è necessaria”.

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