Per uno degli indagati della Flash Road City, per la quale teneva i conti e si occupava delle relazioni con Uber, nel valutare le condizioni dei rider pagati 3 euro a consegna bisogna tutto sommato “considerare il contesto”: “Non c’è regolamentazione, contratto di lavoro, associazioni di categoria… Uber ci pagava a consegna e dovevamo fare lo stesso con i ragazzi. Venivano da noi perchè lavorando direttamente per Uber, anche se con tariffe maggiori, si facevano solo 3 o 4 consegne al giorno”.

Ma con voi alcuni guadagnavano 20 euro al giorno, a volte meno.

Questo è un lavoro strano. Essere online però non vuol dire lavorare. Ci sono le ore di picco a pranzo e a cena, il resto del giorno non c’è lavoro. Lo stipendio da fame è dovuto all’impegno delle persone, non a Flash Road City che tratta da schiavi. A noi Uber dava 5,25 euro, il nostro margine di guadagno era ridottissimo. Non lo trovo scandaloso, secondo me è scandaloso che un medico o un avvocato quando piove usino la consegna gratuita per risparmiare.

Non è strano che moltissimi dei rider fossero migranti ospitati nei centri d’accoglienza?

Venivano da lì per il passaparola e lavoravano anche per le altre imprese di food delivery. Questi ragazzi li ho presi a cuore, ho anticipato soldi, mi chiamavano papà. Avevano vitto e alloggio nei centri; quelli bravi si portavano a casa 1.200 euro, quelli meno bravi 300 al mese. Dipendeva da quanta voglia avevano di lavorare.

Com’erano le relazioni coi manager italiani di Uber?

Ho avuto a che fare principalmente con due coppie di manager. La prima trattava i ragazzi come persone. Poi sono arrivati gli altri due: per loro erano numeri, puntini rossi che accendevano e spegnevano come volevano. Avevano degli obiettivi da raggiungere, tipo le 30.000 consegne settimanali. Quando ho chiesto un aumento a 6 euro per consegna, mi hanno risposto “visto che l’hai chiesto, lo abbassiamo a 5,25”. Il primo mese, quando le consegne erano poche, c’era il minimo orario garantito. Appena i manager sono cambiati, Uber ce l’ha tolto “perché sennò ve ne approfittate”. Poi hanno iniziato a toglierci le ore del pomeriggio (quelle in cui ci sono poche consegne, ndr). Ho anche scritto a Uber dicendo che non fosse possibile continuare così, “dovete pagarci di più sennò qui scoppia un casino”. Dopo l’email, nel 2019 ci siamo incontrati e lì ho capito che forse non era solo una questione di manager ma che era una politica dell’azienda.

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