“Solo recentemente mia madre ci ha confidato, con doloroso rimpianto, che in quel lontano agosto 1950, poco prima del suicidio, aveva dovuto riordinare le carte del Diario (il futuro Mestiere di vivere) scompaginate da una folata di vento nella stanza dello zio Cesare e che, per quel senso di profondo rispetto e riservatezza, non aveva voluto leggere le ultime frasi che lui vi aveva scritto – ‘Non parole. Un gesto. Non scriverò più’ – che lasciavano pochi dubbi su ciò che sarebbe successo”.

Così, a settant’anni dalla morte di Cesare Pavese, avvenuta il 27 agosto del 1950, Maurizio Cossa, figlio di Maria Luisa, una delle due nipoti dello scrittore, rievoca i giorni di quella brutta estate in cui lo scrittore di Santo Stefano Belbo, dove era nato nel 1908, si tolse la vita all’Hotel Roma di Torino.

Se qualcuno si fosse reso conto delle intenzioni di Pavese, che pensava da tempo al suicidio, l’autore di ‘La luna e i falò‘ avrebbe potuto essere salvato? Può essere. L’interrogativo, a ogni modo, è destinato a non avere risposta. E soprattutto è ingeneroso colpevolizzare quel “doloroso rimpianto”, innocente, per ciò che avrebbe potuto magari essere ma non fu.

Riportata nel saggio Cesare Pavese – Vita colline libri di Franco Vaccaneo, in uscita tra qualche settimana per la casa editrice Priuli & Verlucca, la testimonianza inedita di Cossa, intitolata “Un marziano a Torino”, è invece rilevante per comprendere la solitudine estrema di Pavese, spesso cercata e voluta da lui stesso.

Era un uomo solo anche in famiglia, nella casa della sorella Maria, quell’abitazione torinese di via Lamarmora in cui viveva con lei, il cognato e due nipoti, Cesarina e Maria Luisa, la madre di Cossa. Nato “qualche anno dopo la sua tragica morte”, scrive Cossa nel libro di Vaccaneo, “ho conosciuto la figura di Cesare Pavese solo attraverso le parole pudiche di Maria, mia nonna e sorella dello scrittore, e di mia madre e di mia zia Cesarina che avevano diviso per tanti anni la vita con lui”. Oggi si domanda: “Cosa c’entrava il grande intellettuale Pavese (in famiglia lo abbiamo sempre chiamato così, col cognome) con quella donna così diversa, tipico esempio della modesta sobrietà della piccola borghesia piemontese? E con la famigliola di lei, le bimbe che diventavano adolescenti, il cognato impiegato comunale, fascista per quieto vivere”? Forse c’entrava poco, se non altro sul piano intellettuale e politico, “ma credo che vi fosse un profondo rispetto reciproco, pur nella diversità. Il rispetto per valori condivisi di sobrietà, modestia nell’apparire, onestà”.

Sobrietà, modestia e rispetto per Cesare e le sue idee, nonostante le profonda differenza fra il modo di pensare dello scrittore e quello dei suoi famigliari. Pur essendo i Pavese molto cattolici, infatti, quando si trattò, dopo la morte di Cesare, di scegliere una sua frase da utilizzare per il suo biglietto funebre, si decise, dopo qualche contrasto, di usare quella meno ortodossa, almeno per i cattolici. L’episodio è accennato da Vaccaneo, fondatore e a lungo alla guida della Fondazione Pavese di Santo Stefano Belbo, in questo suo nuovo libro, che propone aspetti poco noti o sconosciuti, come la testimonianza del nipote Cossa sulla vita dell’intellettuale piemontese. Ricorda, sulla scorta delle memorie raccolte, che la sorella Maria e le sue figlie appuntarono tre brani tratti dai libri di Cesare. Quelle citazioni, che anni fa fecero ritenere addirittura che fossero state scritte e messe da parte dallo stesso Pavese poco prima di suicidarsi, recitano: “L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo di immortale: il ricordo che porta e il ricordo che lascia”; “ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti”; “ho cercato me stesso”. Venne comunque il momento di sceglierne una. Una cognata, la “mia prozia Federica, bigottissima”, rammenta Cossa, con ogni probabilità cercò di impedire che si optasse per la prima citazione, presa dai Dialoghi con Leucò. Fu quella, però, a finire sul ricordino funebre. La cognata Federica, del resto, scrive Cossa, era la parente che Pavese, in una lettera, prese in giro “per la sua fede cieca. Lui che era sempre alla ricerca di risposte, mai preconfezionate, anche su Dio, fu impietoso con le dozzinali certezze della cognata con cui pure aveva diviso la ‘casa in collina’ a Serralunga di Crea al tempo dello sfollamento”.

Il suicidio di Pavese, per i famigliari, afferma Cossa, fu “un vero trauma. Non se ne parlava mai… Il suicidio era (e forse è ancora) tabù. Interroga sulle colpe, magari anche quelle, certamente involontarie, dei parenti più stretti”.

Eppure il dramma pavesiano del mestiere di vivere, sostiene Vaccaneo, è la sua modernità: “Se Cesare Pavese è vissuto nella disperazione dentro la crisi più profonda e forse irrisolvibile del suo secolo, come quei cercatori d’oro che dal fango estraggono pepite d’oro, ha saputo distillare autentica poesia per farcene dono. Questa poesia, ancora oggi dopo settant’anni, ci aiuta e ci consola”.

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