Il via libera alle richieste è partito il 1º aprile nel caos, tra il sito dell’Inps in tilt e diversi attacchi hacker. Ma a dieci giorni da quello più nero mai vissuto dall’Istituto guidato da Pasquale Tridico, la macchina delle domande va a pieno regime: ha superato quota 4 milioni per quasi 8 milioni di beneficiari che hanno chiesto i 600 euro, la cassa integrazione, i congedi parentali e i bonus baby sitting.

Il problema, però, resta: quanto tempo ci mettono questi soldi ad arrivare a chi ne ha bisogno? Il governo ha promesso di mettere in pagamento i 10 miliardi stanziati a lavoratori e famiglie il 15 aprile o comunque nella seconda metà del mese, come ha precisato il viceministro dell’Economia, Antonio Misiani. Anche se i consulenti del lavoro esprimono forti dubbi. Burocrazia e controlli fanno sì che per avere in tasca gli aiuti passino infinite settimane; troppe per chi non riceve lo stipendio da febbraio. Difficile stare dietro a decreti ministeriali, Dpcm, circolari, accordi e decine di passaggi burocratici che non hanno aiutato ad accorciare i tempi per l’erogazione di misure stanziate a pioggia, ma con dotazioni di spesa limitate. Per istruire le pratiche e liquidare le indennità ci vogliono in genere 2-3 mesi: l’emergenza coronavirus ha accorciato i tempi a 4 settimane, durante le quali si sono continuate a firmare le convenzioni con il sistema bancario per garantire la liquidità immediata (più o meno). L’esempio più chiaro e drammatico è la cassa integrazione in deroga riservata alle aziende che non hanno accesso agli ammortizzatori ordinari. La domanda va presentata alla Regione, ma solo in questi giorni sono state concluse le 20 procedure di consultazione con i sindacati. Per accorciare i tempi, il 30 marzo è stato firmato un accordo con l’Associazione bancaria (Abi) per garantire l’anticipo di 1.400 euro per la cassa integrazione in deroga con la conseguenza che tutti coloro che sono andati prima in banca hanno ricevuto riposte vaghe sulla sua fattibilità. Ma poi ci sono voluti altri 8 giorni per trovare l’accordo con l’Inps. E così solo ieri l’Abi, in accordo con l’Inps, ha chiesto di facilitare il processo di erogazione dell’anticipo della cig in deroga da parte delle banche, come previsto dalla convenzione di giovedì scorso.

Giorni che sembrano interminabili per chi non ha più entrate e che si trasformano ora in un incubo per migliaia di professionisti, come avvocati, architetti, ingegneri, che si sono visti sfuggire la possibilità di richiedere il bonus da 600 euro che, salvo rifinanziamenti, ha un fondo di 200 milioni che consente di coprire solo il 60% degli aventi diritto potenziali. Il decreto Imprese ha cambiato la platea degli aventi diritto sospendendo l’erogazione dell’aiuto, che sarebbe dovuto partire già dal 10 aprile, a chi non è iscritto a una Cassa di previdenza in via esclusiva. Un passaggio che mancava nella bozza di decreto circolata in questi giorni e nel dl Cura Italia che ne sanciva le regole di erogazione. La burocrazia ha ragioni che la ragione del cuore non conosce, ma quella dei conti dello Stato sì.

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