“Questo è un tentativo di scaricare su di noi”, ha detto, rispondendo alla stampa ieri mattina, il governatore Attilio Fontana. Il riferimento è al premier Conte, “fine giurista”, e al centro della singolar tenzone c’è ancora una volta la mancata zona rossa per Alzano Lombardo e Nembro, nella Bergamasca, divenuti epicentro del contagio. A differenza di Codogno e del Lodigiano, i due comuni della Val Seriana non verranno mai dichiarati zona rossa. Una decisione che, secondo diversi scienziati, avrebbe ridotto notevolmente la diffusione del contagio, e quindi i decessi. “A marzo abbiamo avuto 110-120 morti: nello stesso periodo dello scorso anno, 14. Basta questo per capire”, ha detto il sindaco di Nembro Claudio Cencelli.

L’epidemia qui è iniziata nel pomeriggio di domenica 23 febbraio, quando il pronto soccorso dell’ospedale “Fenaroli” di Alzano verrà chiuso per tre ore – con tanto di carabinieri e di nastri segnaletici per vietare gli ingressi – e poi subito riaperto. Senza alcuna sanificazione. Quella stessa mattina a qualche centinaio di chilometri di distanza, polizia ed esercito stanno cinturando la zona rossa del Lodigiano, in seguito alla decisione del governo. Ma nel pronto soccorso di Alzano – secondo TPI, Il Post e Chi l’ha visto?, e secondo quanto scritto dal Fatto – qualcosa non torna già prima. Racconteranno alcuni familiari dei pazienti: medici e infermieri indossavano mascherine già dalla mattina del 22 febbraio. Quello stesso giorno era arrivato l’esito del tampone eseguito il 21 – il giorno del paziente 1 di Codogno – all’83enne Tino Ravelli, pensionato di Villa di Serio. Positivo al Covid, il buon Tino morirà la sera del 23: sarà la prima vittima della zona. Nessuno, dall’ospedale, comunica alcunché. Né al ministero della Salute, come vorrebbe una circolare del 22 gennaio, né ai pazienti ricoverati e ai loro familiari che, uno a uno, si ammaleranno. All’ospedale di Alzano, lunedì 24 febbraio, il centro prelievi è aperto e si eseguono gli interventi previsti. Come se nulla fosse. Il 25 febbraio, i casi riscontrati di Covid nella Bergamasca sono dieci: in sei erano passati dal pronto soccorso di Alzano. Il 26 febbraio è l’assessore al Welfare Giulio Gallera a dire: “In Val Seriana i numeri sono non trascurabili, ma è presto per dire se siano tutti legati al contagio di un medico del pronto soccorso di Alzano. Situazione, quest’ultima, che abbiamo già individuato e sottoscritto”. Confindustria Bergamo lancia il suo video-messaggio “Bergamo is running”. Gli amministratori locali ridimensionano l’emergenza. E intanto i positivi salgono in 24 ore del 100%. Il 29 febbraio Gallera ripete: “Nuove zone rosse non sono all’ordine del giorno nell’ordinanza che abbiamo preso, Alzano compreso”. La situazione precipita, il 2 marzo l’Istituto superiore di sanità invia la famosa nota al Comitato tecnico-scientifico in cui si raccomanda una nuova zona rossa per Nembro e Alzano. Il 3 marzo, come ricostruito ieri dal premier nell’intervista al Fatto, lo studio arriva sul tavolo di Conte, che chiede un approfondimento. Così i sindaci aspettano la Regione, la Regione aspetta il governo, il governo aspetta “il parere più articolato”. E arriviamo al 6 marzo. Centinaia di carabinieri vengono avvistati a Osio Sotto (Bg), pronti a predisporre la chiusura della Val Seriana. Ma Conte, nella notte tra il 7 e l’8 marzo, annuncia restrizioni per l’intero territorio nazionale. I carabinieri vanno via: l’Italia è diventata una grande “zona arancione”. Così il focolaio di Alzano resta attivo, e la gente continua a spostarsi e a lavorare in Valle.

Fontana ieri mattina ha detto: “Conte dovrebbe darmi due risposte. Primo, come faccio io che non ho titoli a bloccare un diritto costituzionalmente protetto. Secondo, con quali forze dell’ordine? Noi a Conte l’abbiamo chiesta la zona rossa. Inutile che cerchi di scaricare su di noi”. Ma da Palazzo Chigi ricordano come “sia prima dell’emergenza sia successivamente, i presidenti delle Regioni hanno il potere di emettere ordinanze di carattere urgente in materia sanitaria con efficacia limitata al territorio o parte di esso, secondo la legge 833/1978”. Un potere poi confermato anche dagli ulteriori recenti decreti emessi dal governo, e in base a cui “diverse Regioni hanno creato in autonomia zone rosse”. Come accaduto per Campania, Lazio e Calabria. Non per la Lombardia.

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