L’11 ottobre 1918, a Filadelfia, gli obitori comunali cominciarono a straripare. Il giorno prima, 759 persone erano morte a causa dell’influenza spagnola, che colpiva la città degli Stati Uniti da più di un mese. I corpi si ammucchiavano nei corridoi e bisognava scavare fosse comuni per seppellirli. Queste immagini d’altri tempi, che ricordano anche la grande epidemia di peste del 1348-1349, mettono in evidenza quanto sono fragili le organizzazioni umane di fronte a virus così pericolosi. Ora che il rischio di una nuova pandemia esiste, quella da Covid-19, l’economia mondiale è entrata nel panico.

Nel 1918 e 1919, la spagnola, che era emersa in Cina nella primavera del 1918 e si era poi diffusa su tutto il pianeta, aveva causato circa 18 milioni di morti. In due anni era stata letale cioè quasi quanto la guerra, che aveva fatto 20 milioni di morti in quattro anni. Eppure esistono pochissimi studi economici sulle conseguenze di questa pandemia e il suo impatto economico è poco noto. Nei volumi di storia economica dell’epoca l’influenza spagnola era trattata al meglio come un epifenomeno citato in qualche riga. Altrimenti veniva semplicemente ignorata. Che insegnamento possiamo trarne? Secondo i dati del Maddison Project, basato sui lavori dell’economista Angus Maddison che ha ricalcolato i Pil del passato, il Pil procapite dell’Europa occidentale era calato del 3,38% nel 1918 e del 5,86% nel 1919, per poi risalire nel 1920 del 4%. In due anni cioè il Pil procapite era crollato del 7,78%. Su questa contrazione, oltre ad altri fattori come l’incapacità di adattare l’economia di guerra alla pace o la disorganizzazione commerciale, quanto ha pesato dunque l’influenza spagnola? Nessuno studio fornisce una stima esatta. I dati mancano e “isolare” l’effetto pandemico è molto complesso.

La crisi della domanda e dell’offerta che si teme oggi si verificò anche all’epoca. Ma diversamente da ciò che si sta verificando con il Covid-19, la spagnola decimò soprattutto individui in età adulta e con il sistema immunitario solido, quindi mano d’opera e consumatori, bloccando al tempo stesso l’offerta dei servizi, la produzione dei beni e il consumo di questi stessi beni. Nei paesi al centro del conflitto, Francia, Belgio, Italia, Germania, dove i disastri della guerra avevano già provocato una grave crisi economica, gli effetti dell’epidemia potevano in effetti passare quasi inosservati. Ma non nei paesi meno direttamente toccati dal conflitto, come gli Stati Uniti. La città di Filadelfia per esempio perse lo 0,75% della sua popolazione e gli effetti sull’economia furono brutali. Eppure i dati del Maddison Project non identificano alcuna recessione legata all’influenza spagnola negli Stati Uniti. La crisi del 1920-21 negli Usa è spesso interpretata come il frutto di una riorganizzazione dell’economia e della finanza necessaria dopo la guerra.

In uno studio del 2013, i ricercatori Martin Karlsson, Therese Nilsson e Stefan Pichler hanno tentato di identificare gli effetti dell’influenza spagnola sulla “performance economica” della Svezia. Il caso della Svezia è interessante perché questo paese è rimasto neutro durante il Primo conflitto mondiale e quindi la guerra non ha avuto alcun impatto sulla sua forza lavoro. In Svezia alcune regioni hanno conosciuto un tasso di mortalità legato alla pandemia molto più elevato di altre. È stato dunque possibile “isolarne” gli effetti. Due le certezze: i redditi del capitale sono stati gravemente penalizzati e i redditi dei più ricchi, secondo lo studio, sono diminuiti del 5% durante la pandemia e del 6% dopo. Il panico delle Borse di questi giorni sembra confermare che il nuovo coronavirus potrebbe avere lo stesso impatto. Alcuni osservatori negli Stati Uniti, come l’economista Dean Baker del Center for Economic and Policy Reserch (Cepr), non esitano a rallegrarsene pur deplorando le disparità del sistema sanitario americano. In Svezia, sempre secondo lo studio citato, la povertà è esplosa a partire dal 1920, soprattutto dopo l’epidemia. Si stima che per ogni persona deceduta di influenza almeno altre quattro hanno chiesto assistenza agli “ospizi dei poveri” (poohouses). Un fenomeno che si può spiegare sia con il fatto che le famiglie delle vittime si sono ritrovate senza risorse, sia con l’impoverimento legato all’“effetto reddito”. Tutti e due gli estremi del sistema di ripartizione della ricchezza sarebbero stati dunque colpiti dall’epidemia. Una domanda resta senza risposta: decimando parte della forza lavoro disponibile, l’influenza non ha determinato un aumento dei salari sul lungo termine? Questa era la conclusione di due ricercatori, Elizabeth Brainerd e Mark Siegler che, in uno studio del 2006, hanno confrontato le evoluzioni salariali in diversi Stati Usa per mostrare che quelli più colpiti dalla pandemia avevano registrato aumenti salariali più alti degli Stati meno colpiti. In altre parole, la crisi del 1918 aveva temporaneamente distrutto dei posti di lavoro, ma la difficoltà di trovare persone da assumere aveva generato un aumento degli stipendi, con un effetto positivo sull’economia. Questa conclusione è messa in discussione dallo studio svedese che invece non registra alcun impatto positivo sul reddito da lavoro. Per i ricercatori, l’influenza ha causato una riorganizzazione del lavoro nel paese e un aumento del tasso di occupazione di donne e minori, che ha permesso, al contrario, di abbassare i salari in alcuni settori e compensare l’effetto positivo sulle remunerazioni.

In pratica, come afferma Thomas Garrett, “la maggior parte dei dati suggeriscono che gli effetti economici dell’influenza del 1918 sono stati a breve termine”, con un impatto molto negativo sui servizi e gli svaghi. Ma gli effetti a lungo termine, legati al calo della forza lavoro disponibile, restano vaghi. Questo dovrebbe rassicurarci? Se, nel 1918-1919, la pandemia d’influenza spagnola ha avuto un impatto solo relativo sull’economia, il Covid-19, che sembra meno devastante, potrebbe rivelarsi ancora più banale? È possibile. Certo si sa che la peste nera del 1348-1349 e la peste del 1720 hanno avuto un impatto economico molto negativo sul lungo termine. Ma l’organizzazione dell’economia feudale dell’epoca era molto diversa da quella capitalista di oggi. Abbiamo anche esempi di epidemie devastanti che non hanno distrutto l’economia, come quella del colera del 1831-1832, che decimò 18 mila parigini in sei mesi, ma non impedì al paese di riprendersi dalla terribile crisi del 1827, una delle prime del capitalismo. Sarebbe azzardato fare paragoni. Non si conoscono ancora né il reale tasso di mortalità del Covid-19 né la parte di popolazione effettivamente colpita. Ma a favore dell’ipotesi di un effetto a breve termine sull’economia, si può ricordare che il Covid-19 è una malattia molto diversa dall’influenza spagnola. Questo virus per ora sembra letale soprattutto tra gli anziani e solo parzialmente nella popolazione in età attiva.

L’impatto sulla capacità di produzione dei beni e dei servizi potrebbe quindi essere meno forte, ma il virus può mutare e diventare più pericoloso. Anche il livello sanitario e di igiene è superiore oggi rispetto al 1918, ma non si devono sottovalutare le politiche di austerità nel settore della sanità a cui spesso i paesi occidentali hanno fatto ricorso. E se i media oggi sono più diffusi che nel 1918, non va dimenticato che la malattia si è propagata lo stesso su tutto il pianeta, colpendo anche le isole del Pacifico e l’Alaska. La vera differenza, come ha sottolineato Pierre-Cyrille Hautcoeur su Le Monde, è l’omertà. A Filadelfia il 28 settembre 1918 una manifestazione per promuovere la raccolta di fondi per la guerra era stata mantenuta anche se erano già stati registrati dei casi di influenza in città. Anche in Svezia erano state prese poche precauzioni.

Per adesso, nel 2020, le autorità dei paesi occidentali sembrano comportarsi con più trasparenza e prendono misure preventive. Ciò non impedisce ritardi, errori e impreparazione, come è accaduto in Francia con la carenza di mascherine. Alcuni elementi lasciano tuttavia intravedere scenari difficili per l’economia globale. Nel 1918-1919, l’influenza spagnola poteva rappresentare, nel caos generale, un dettaglio aneddotico. In un’economia in piena riconversione, soggetta a un’intensa lotta sociale, lo stop di certe attività per alcune settimane non aveva avuto conseguenze a lungo termine. In altre parole, l’economia all’epoca aveva sfide più serie da gestire della pandemia. C’erano inoltre anche sacche di crescita più importanti, poiché la seconda rivoluzione industriale era ancora in corso. La situazione non è così oggi. Innanzitutto la struttura dell’economia è diversa. Le catene di valore industriale sono molto più internazionali e, per motivi di produttività, sono gestite con metodi just in time. Alcuni settori sempre più importanti, come il turismo, saranno gravemente colpiti e per molto tempo. Inoltre, l’economia oggi si basa più sui servizi che sull’industria e l’agricoltura come nel 1918-1919. La doppia crisi della domanda e dell’offerta causata dal nuovo coronavirus può intaccare la dinamica su cui si basa la crescita dei mercati finanziari. Oggi l’economia globale ha poche prospettive e la sua produttività rallenta inesorabilmente. La crescita è supportata solo da bolle tecnologiche e finanziarie che diventano ogni giorno più fragili. Un solo granello di sabbia può far crollare questo castello di carte. La sola risposta delle autorità oggi è la stessa data per le crisi del 2008 e del 2012: ricorrere alla politica monetaria per evitare lo scoppio delle bolle. Misura diventata per lo più inefficace. È proprio questo il paradosso dell’epoca che viviamo: a differenza del 1918, oggi non c’è una situazione di caos economico generalizzato, ma di lenta ed inesorabile decelerazione. Ciò rende l’economia molto più sensibile agli attacchi esterni, come può esserlo una pandemia, e, tramite i mercati finanziari, ai timori che li accompagnano. La storia ci insegna che dovremmo prima preoccuparci dell’accesso alle cure ai più vulnerabili e quindi delle disuguaglianze. E ciò presuppone di fare molto più che irrorare di liquidità l’economia e di avere ministri “vicini agli imprenditori”.

(traduzione Luana De Micco)

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