C’è un sigillo sul caso Ilaria Alpi. Ed è quello del segreto di Stato. A distanza di 25 anni dalla morte della giornalista del Tg3 – uccisa assieme all’operatore tv Miran Hrovatin in un agguato il 20 marzo 1994 a Mogadiscio – ancora non si riesce a svelare la fonte confidenziale che accese i fari anche su presunti collegamenti con il traffico di armi.

Il motivo? La fonte degli 007 è irreperibile. Non si trova. E quindi non può dare il consenso, già negato in passato, di essere sentito come testimone nell’indagine sulla morte della giornalista. Lo ha comunicato agli inquirenti – con una lettera riservata del 6 giugno 2018 – “l’Agenzia informazioni e sicurezza interna (…)” in cui “ha espresso la volontà di continuare ad avvalersi della facoltà di non rivelare la generalità della risorsa fiduciaria”.

È uno degli elementi che emerge nell’atto della Procura di Roma che, per la seconda volta, ha chiesto l’archiviazione nell’indagine sull’omicidio. Ma la partita non è finita. Perché l’Unione sindacati giornalisti Rai (Usigrai) – parte civile nell’inchiesta romana – proprio sul segreto di Stato intende sollevare la questione di costituzionalità: quella testimonianza, spiega l’avvocato Giulio Vasaturo, è necessaria per capire se ci sono collegamenti con l’indagine su traffici d’armi e rifiuti tossici che la Alpi stava conducendo in quel momento. Intanto i magistrati ribadiscono che non ci sono elementi per parlare di mandanti italiani: “Mai è emerso il sospetto che ‘italiani’ avessero eseguito materialmente l’omicidio” e l’assenza di nostri militari per le strade di Mogadiscio il giorno dell’agguato costituisce “un dato incontrovertibilmente pacifico”, scrivono i pm capitolini nella richiesta di archiviazione. “La tesi della responsabilità ‘degli italiani’ fu più volte prospettata e indagata nel corso degli anni ed è sempre risultata priva di concretezza”, continuano.

Così il fascicolo continua a rimanere contro ignoti anche dopo le ulteriori indagini volute dal gip Andrea Fanelli lo scorso 26 giugno, quando a Roma sono arrivati nuovi elementi. Ossia la trascrizione di una intercettazione del 21 e 23 febbraio 2012 tra due cittadini somali – inviata dai magistrati di Firenze ai colleghi romani –, in cui si afferma che Ilaria “è stata uccisa dagli italiani”. Le conversazioni erano contenute in un nota della Finanza di Firenze, datata 2012, che ci ha messo quasi 5 anni per arrivare nella capitale. “Un semplice errore nella trattazione del fascicolo”, il “frutto di un fatalità” secondo il pm Elisabetta Ceniccola. In questi atti sono contenute le intercettazioni di Mohamed Geddi Bashir, che vive in Italia dal 1993. È l’uomo che consegna “per conto del ‘governo somalo’” 40 mila dollari all’avvocato Douglas Duale, “quale anticipo della più consistente somma di 200 mila dollari per la difesa di Hashi Omar Hassan”, l’unico condannato come esecutore materiale e poi assolto definitivamente in un processo di revisione. In queste conversazioni Mohamed Geddi Bashir “si mostrava a conoscenza (…) della responsabilità ‘degli italiani’”.

L’uomo è stato sentito nel corso delle nuove indagini chieste dal gip e ha ammesso di aver portato il denaro per la difesa di Hashi. Sul riferimento agli italiani ha detto: “Ho esternato la mia opinione, che era quella dei miei connazionali (…) Era il prodotto di dicerie che sentivo”. Il suo interlocutore non è stato trovato. È stato invece sentito l’avvocato Duale: ha confermato di aver ricevuto quel denaro da Mohamed Geddi Bashir nel 2012 come retribuzione della difesa di Hashi. Denaro che, ha spiegato il legale, non proveniva dal governo somalo bensì dalla “famiglia allargata” di Hashi: “Si tratta della famiglia Abdallah-Arrone, che sarebbe il sub clan di Hashi che appartiene alla tribù degli Abgal. (…) Potremmo paragonare le dimensione del clan Abgal all’intera Campania, insomma ammonta a un milione e mezzo di persone”. Quei soldi, ha aggiunto il legale, servivano per esempio per pagare il viaggio di alcuni testimoni sentiti durante uno dei processi.

Dopo aver approfondito questo nuovo capitolo, i magistrati ritengono che non sia emerso nulla di nuovo: “Sono elementi (…) privi di consistenza” scrivono i pm romani. E non ha aiutato di certo quel segreto di Stato. Così in undici pagine si chiede di archiviare uno dei più grandi misteri italiani.

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