Ma abbiamo vinto o abbiamo perso? In una politica ridotta a derby calcistico, che scambia il vertice europeo per una partita dei mondiali, è impossibile ragionare. Da un lato ci sono i tifosi del Pd&FI, ormai unificate nella squadra degli scapoli, con le loro grancasse di Repubblica, Stampa, Giornale e Libero, che esultano per la tremenda sconfitta di Conte (“un pollo” che si è fatto “prendere per il culo”) e l’isolamento dell’Italia populista”.

Dall’altra ci sono grillini e leghisti che spacciano la campagna di Bruxelles come una marcia trionfale del premier (“vittoria al 70” o forse “all’80”) e Macron come il vero “clandestino” respinto al mittente. La verità sta nel mezzo: Conte non ha vinto né al 70 né all’80%, ma non è neppure stato sconfitto, isolato e raggirato. Ha combattuto con stile pragmatico, ha usato bene il potere di veto sulle conclusioni del vertice, che giovedì non contenevano nemmeno un accenno ai migranti per mancanza di accordo, e invece venerdì hanno prodotto sul tema 12 punti di sintesi fra le posizioni molto diverse dei 27 Stati membri.

Punti in parte vaghi, in parte contraddittori, in parte precisi. Ma un passo in avanti sia sulle previsioni nere della vigilia (nessun accordo) sia sullo zero assoluto raccolto dai governi precedenti: quelli bravi, competenti, non populisti. Fino all’altroieri i cosiddetti premier, da B. a Letta, da Renzi a Gentiloni, partivano per Bruxelles annunciando fuoco e fiamme, sfracelli e pugni sul tavolo. Poi arrivavano lì e, come Fantozzi davanti all’ufficio del megadirettore galattico, non osavano neppure bussare alla porta (“non ho le mani…”). Non aprivano bocca, firmavano tutto e sorridevano sculettanti nella foto di gruppo finale. Poi tornavano in patria e allargavano le braccia: è andata così, sarà per la prossima volta. Che ora a criticare Conte siano proprio loro – quelli che hanno impiccato l’Italia, allora sì isolata e ignorata, ai patti suicidi di Dublino e all’impegno di fare tutto da soli in cambio di “flessibilità” da sprecare in mance elettorali – è comico (mentre il Pd parla di fallimento, il Partito socialista europeo di cui i dem fanno parte esulta per il successo). Anche perché, rispetto al loro nulla, qualcosa Conte l’ha portato a casa.

1. Nella dichiarazione finale, per la prima volta, anche paesi del Nord Europa riconoscono che il flusso migratorio dall’Africa va affrontato non più dai singoli Stati, ma da tutta l’Ue in modo “globale”, con investimenti per evitare tragedie umanitarie e sociali. Il primo di 500 milioni è ridicolo. Si vedrà se ne seguiranno di più seri e se l’impegno – messo per la prima volta nero su bianco dai 27 – di rivedere Dublino sarà mantenuto.

2. I centri di accoglienza e identificazione per l’esame delle richieste d’asilo (hotspot), finora riservati in esclusiva ai paesi di sbarco (Italia, Spagna e Grecia), potranno essere creati anche negli altri stati Ue. Solo su base “volontaria”, è vero: ma finora non erano proprio previsti. E Macron mente quando dice che non sono contemplati in Francia e negli altri paesi di secondo approdo: l’accordo parla di “territorio dell’Ue”, senza distinzioni. Se poi gli hotspot continueranno a sorgere solo nei paesi di primo approdo e in nessun altro, tipo la Francia del maestrino Macron, cadrà la maschera di chi finora si trincerava dietro gli accordi di Dublino per non fare nulla e darci pure lezioni. Nessuno potrà più fare contemporaneamente il Salvini o l’Orbàn a casa sua e l’accogliente coi porti degli altri.

3. Passa il principio, importantissimo, della “esternalizzazione” degli approdi dei migranti: si dovranno convincere paesi che aspirano a entrare nella Ue (come Albania e Kosovo) o a più aiuti europei (Marocco, Algeria, Tunisia e anche Libia) ad accogliere temporaneamente i naufraghi salvati in mare in strutture necessarie a selezionare le domande di asilo, sotto il controllo dell’Ue e dell’Onu. Impresa complicata, ma decisiva per suddividere il peso delle prossime ondate migratorie ed evitare le chiusure dei porti finora aperti, dall’Italia alla Spagna a Malta.

4. Dopo l’accordo, il governo Conte potrà prendere subito due iniziative d’intesa con l’Ue: stanziare fondi per acquistare nuove motovedette per la Guardia costiera libica, che sarà addestrata da un nuovo, piccolo contingente di militari italiani e non dovrà più essere “ostacolata” né aggirata da navi private (come quelle delle pur benemerite Ong); e incontrare il premier libico al Sarraj per dialogare direttamente con Tripoli senza più le interferenze di Macron, schiacciato sul pericolante generale Haftar che regna su Bengasi. Se Salvini ha sbagliato a chiedere a Tripoli di aprire lì gli hotspot, ora la Farnesina proverà a convincere la Libia ad accettare fondi europei per migliorare la condizione dei campi Onu già esistenti e aprire nuovi uffici sotto la bandiera Ue per gestire le richieste di asilo.

Su 10 richiedenti, solo 1 ne ha diritto. E ai migranti “economici”, che non possono entrare in Europa, sarà offerto il rimpatrio “volontario” assistito (un nigeriano che ha speso 5mila dollari per arrivare in Libia, ne avrà 7-8 mila per tornare in Nigeria su aerei pagati dall’Ue). Un principio di difficile applicazione, ma ormai accettato dai partner europei e dunque praticabile, diversamente da prima. Non è poco, viste le iniziali chiusure del gruppo di Visegrad (Ungheria & C.) e di Macron ben nascosto lì dietro.

5. Se qualcuno è stato raggirato, non è l’Italia, ma Spagna e Grecia, che han firmato accordi bilaterali con la Germania per riprendersi i migranti “secondari” senza garanzie sulla ripartizione dei “primari”. Conte, diversamente da Tsipras e Sanchez, l’accordo separato con la Merkel ha rifiutato di siglarlo.

È sempre troppo poco. Ma meglio del niente di prima.

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