“Noi chiediamo immediatamente lo scioglimento per andare a elezioni: vogliamo la verifica. Lega e Cinque Stelle chiedono di costituire le commissioni. Se si chiede di cominciare a lavorare allora è evidente che da parte vostra non c’è volontà di andare a votare”. Mentre Carlo Cottarelli esce dalla Sala alla Vetrata al Quirinale, dopo un colloquio non risolutivo con Sergio Mattarella, è il Pd a Palazzo Madama che col capogruppo Andrea Marcucci, renzianissimo, chiede il voto. Gian Marco Centinaio, capogruppo leghista, replica secco: “Siamo pronti a votare domani, diventerete come i panda, sempre di meno. Vi manderemo a casa”.

In Aula c’è anche Matteo Renzi, il dibattito si infiamma, ma il Pd compatto fa filtrare immediatamente lo scenario: Cottarelli sarebbe pronto a rimettere il mandato (stamattina) e le elezioni saranno il 29 luglio. Questo scenario dura più o meno solo fino a sera (quando si parla di un Cottarelli che sta lavorando in realtà per presentare un governo e farsi sfiduciare venerdì dal Senato e di un Luigi Di Maio pronto a rimettere in piedi il governo con la Lega).

Ma quel che è certo è che il Pd ha fatto le sue valutazioni e ha deciso di segare l’ultimo rametto su cui stava seduto Sergio Mattarella. Ovvero Carlo Cottarelli. Ieri i deputati dem si sono riuniti a Montecitorio. All’assemblea del gruppo – presenti Luca Lotti, Marco Minniti, Dario Franceschini, Andrea Orlando, Marianna Madia e Maria Elena Boschi – il reggente Maurizio Martina propone al Pd l’astensione al voto di fiducia sul governo messo in piedi dal presidente. Proposta che dovrà poi essere votata dalla direzione da convocare prima della fiducia. I Dem accettano. E così salta l’ultimo minimo baluardo garantito a Mattarelle: il sì del Pd a un governo del Presidente, promesso e ribadito in tutte le settimane dopo il 4 marzo.

L’uomo del Colle, raccontano, non la prende bene. Si sente abbandonato ancora una volta, lasciato solo da quello che in teoria sarebbe il suo partito. Ma i Dem non ci stanno a sacrificarsi in nome di Mattarella, a passare per quelli sconfitti alle urne, che vanno al governo con un tecnico. Non solo. Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le valutazioni sui vari tavoli del Nazareno. E tutti, da Renzi in giù, sono convinti che ai Dem convinca votare subito, spingendo sull’europeismo, sulla salvaguardia dei risparmi degli italiani, messi in pericolo da Matteo Salvini e Di Maio, sulle regole da rispettare, sul salvataggio dei conti pubblici. E dunque, l’hanno fatto sapere al Colle: il Pd vuole votare e vuole votare anche presto. Il 29 luglio appunto.

Renzi si ritaglia un ruolo “da mediano”, valuta anche di non ricandidarsi per correre in Europa, ma intanto ieri sera va a Otto e mezzo a dire che “il presidente della Repubblica ha il dovere di intervenire” sui ministri: “Giorgio Napolitano lo fece anche con me. Io avevo un elenco di 16 nomi e almeno un paio sono stati modificati”. Ancora: “Hanno paura di governare, perché in campagna elettorale hanno promesso la luna”. E poi, c’è un dato: in questa situazione caotica i Dem pensano di potersi ricompattare in “un fronte anti-sfascista”.

Intanto è iniziata la tarantella delle liste. Ieri Lorenzo Guerini e Luca Lotti, fuori dalla Camera, si confrontavano, agitati, sul tema. Ci sono due opzioni: quella a cui sta lavorando Paolo Gentiloni, ovvero una federazione di tre liste (una che fa capo al Pd, una che fa capo a Carlo Calenda e una di sinistra con Giuliano Pisapia), con lui come federatore. E un listone unico, che è quello che vuole Renzi, per continuare a gestire il tutto. Magari da presentare senza il simbolo del Pd, che toglie voti, invece di portarli. In tutta l’agitazione dei renziani per un voto subito c’è anche un altro dato: se dovesse rimanere Gentiloni a Palazzo Chigi sarebbe più complicato per lui fare il frontman.

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