Un volto, tre identità, altrettanti alias. E soprattutto quella lista stilata dai Servizi segreti italiani: 30 nomi, tutti libici, e tutti segnalati come collegati direttamente allo Stato Islamico. Tra loro c’è Ahmed Jbali che si fa chiamare anche Ahmed Salah e Omar Khalifa. Classe ‘94, è lui l’amico di Ismail Tommaso Ben Youssef Hosni, il 20enne italo-tunisino che giovedì sera in Stazione centrale a Milano, nella parte dell’ammezzato davanti al Caffè Segafredo, ha accoltellato due militari e un agente della Polfer. Armi maneggiate velocemente e rubate poco prima in un supermarket. Hosni, indagato per tentato omicidio e terrorismo internazionale, e Jbali si conoscevano. Tanto che nel dicembre scorso entrambi vengono arrestati per spaccio. A febbraio, al libico viene poi revocato l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Su di lui però pesa quel sospetto di legami con Daesh. Legami che, nella ricostruzione ancora al vaglio della procura, avrebbe utilizzato per reclutare lo stesso Hosni. I rapporti del giovane libico con il Califfato vengono confermati dai nostri Servizi segreti con una nota riservata del settembre 2016. A quella data, Jbali, presumibilmente è già a Milano. In Italia, invece, ci arriva il 23 luglio, quando sbarca nella provincia di Catania con un barcone di profughi. Qui viene fotosegnalato e poi trasferito nel Cie di Isola Capo Rizzuto in Calabria, lo stesso centro finito nel mirino della procura di Catanzaro perché controllato, secondo i pm, dalla ‘ndrangheta. Quando il libico arriva in Italia, il giovane Hosni è già a Milano. In città ci è tornato nel 2015, fino ad allora e a partire dal 2008 era in Tunisia a vivere con il padre.

Rientrato nel suo paese di nascita, Hosni va a vivere dalla madre, Lucrezia Caputo, a Ischitella nel Foggiano. La convivenza dura poco. “Lui – ha spiegato la madre agli investigatori – diceva che voleva lavorare ma chiedeva solo soldi per comprarsi vestiti alla moda”. La donna, oltre a Ismail, ha altri due figli, tutti avuti da padre differenti. Il degrado familiare è evidente, tanto che a domanda degli ispettori, due giorni fa, la donna non è stata in grado di fornire la data di nascita del padre di Ismail. L’italo-tunisino così lascia la Puglia e arriva a Milano. In città va a vivere nel quartiere arabo di San Siro. È ospite della sorella della madre. Ma anche qui stessa scena, niente lavoro ma solo soldi da pretendere. La donna lo caccia e Hosni si ritrova allo sbando, da Quarto Oggiaro a piazza Duca d’Aosta davanti alla stazione. Qui incontra il libico, qui, sostengono gli investigatori, la radicalizzazione si fa forte. Due nomi e ancora altri da interrogare per capire se dietro al gesto di giovedì si muova una rete di reclutatori che pescano soggetti nel degrado della Stazione centrale. Nel furgone dove viveva Hosni, oltre ai documenti, è stata trovata la tessera dell’opera di San Francesco dove il ragazzo ha trovato spesso cibo. Al vaglio, poi, c’è soprattutto il suo cellulare. Decine di tabulati e numeri in rubrica vengono analizzati in queste ore, oltre alle amicizie recuperate dalla sua pagina Facebook.

“Non vi è dubbio – ragiona una fonte dell’intelligence – che il profilo di Hosni, sbandato e ridotto ai margini, italiano e per questo ancora più rabbioso, è quello che ora l’Isis sta cercando per fare attentati in Italia”. Per questo il profilo del libico è quello più interessante. Anche se la sua esistenza è un mistero. Come Hosni, anche lui vive da fantasma a Milano. Oltre all’arresto per spaccio, conta, infatti, un altro controllo sempre in stazione e sempre con Hosni, e poi un fotosegnalamento. E tutto in dicembre. Dove viva resta ancora un punto di domanda. Tanto che dopo i ferimenti di giovedì, la polizia ha emesso una nota di rintraccio, indice del fatto che Jbali non ha un domicilio preciso. La sua casa, è il piazzale della Stazione centrale di Milano, assieme ad altri fantasmi come lui.

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