Alla tre giorni milanese di Articolo 1 Mdp, Matteo Renzi è il convitato di pietra. Anzi, la pietra angolare che regge le sorti di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni. La sfida? Imporsi come nemici naturali di un Pd che alla sua sinistra nega ogni forma di vita e ha pronta una legge elettorale per eliminarli. Come se non bastasse la partecipazione alla maggioranza di governo a logorare il 3% scarso che i sondaggi attribuiscono agli scissionisti.

L’ambizione sarebbe questa: “Centrosinistra del cambiamento vorrà dire che Matteo Renzi e il suo giglio magico non rimetteranno più le tende a Palazzo Chigi”, fa la voce grossa il deputato Alfredo D’Attorre, che inaugura il palco dell’iniziativa “Fondamenta” nella seconda giornata di incontri. Poi tocca a Massimo D’Alema: “Una sinistra moderna si deve ispirare a figure come quella di Papa Francesco, non al finanziere con il conto alle Cayman e la società off-shore a Malta, che poi magari dal palco della Leopolda ci spiega che cos’è la sinistra: questo è il renzismo” (ogni riferimento a Davide Serra non è casuale). E ancora: “La società off-shore a Malta è una notizia di oggi. Mi è venuto in mente leggendo un giornale insospettabile: Repubblica, l’organo del regime”. Applausi scroscianti.

Al Megawatt di Milano, ex capannone industriale anni 70, non ci sono abbastanza sedie: si resta in piedi, a discutere sotto voce, a leggere il Manifesto venduto all’ingresso. Manca Ferruccio de Bortoli, che avrebbe dovuto condividere il palco con Pier Luigi Bersani e invece ha preferito “astenersi, alla luce delle polemiche” seguite allo scoop sul caso Etruria. “È un paese triste quello in cui un grande professionista non può andare dove crede per non rischiare di essere denigrato”, rilancia Bersani. Ma si parla di Renzi anche senza parlare di lui. La conferenza programmatica del partito nato da una scissione del Pd procede per sottrazione. Si marca la distanza dai renziani punto dopo punto. E allora “la spesa a debito sì, ma solo per investimenti, non per elargire bonus inutili”, spiega Bersani a Massimo Giannini di Repubblica, altro “nemico” dell’ex premier. E tra le priorità di Mdp mette il welfare e il lavoro: “Penso agli accordi della Fiom con i tedeschi di Ducati, un modello per aggirare il Jobs act”. Ancora: “Fisco? Non solo lotta all’evasione, ma anche redistribuzione: la questione dei patrimoni immobiliari”.

Tutto questo mentre a pochi chilometri di distanza lo stesso Matteo Renzi non li degna di un’invettiva, di una frecciata. Ospite alla scuola politica del Pd di Milano, il segretario dem ha fiele solo per Grillo, altri nemici da citare non ce ne sono. Con buona pace di D’Alema e Bersani.

A loro, infatti, penserà l’ultima legge elettorale che i dem hanno estratto dal cappello. “Verdinellum”, lo chiama Bersani. Al quale non resta che lamentarsi: “Le aperture di Pisapia a Renzi? La pensavo come lui, poi ho letto il testo”. E aggiunge: “Altro che governabilità, lì ci sono solo le maggioranze a geometrie variabili, il trasformismo” (l’ex sindaco di Milano sarà sul palco oggi e, si spera, dirà parole definitive sui rapporti con Renzi). D’Alema, a margine del dibattito, copia e incolla. Ma se Bersani preferisce fare il sentimentale – “con un programma e con le primarie per il candidato premier farei la coalizione col Pd, io voglio il centrosinistra” – il fu Lìder Massimo rincara la dose: “L’intesa tra Renzi e Berlusconi è ancora operativa”. Ma sparare su Renzi non basta. Perché quelli di Articolo 1 sono ancora nella maggioranza di governo. E adesso che il segretario del Pd ha deciso di prendersela con l’esecutivo Gentiloni per recuperare nei sondaggi, istituendo addirittura una sorta di consiglio di gabinetto per dettare la linea a quello dei ministri, la posizione di Bersani si complica ulteriormente.

I cronisti presenti a Milano gli offrono l’occasione di smarcarsi. Non la raccoglie: “Non mi piacciono le minacce, ma sui voucher il governo deve stare attento”. Tutto qui, per ora. E sembra di tornare agli infiniti ultimatum pre-scissione, anche se – assicurano fonti interne – “se il segretario Pd vuole farsi la legge elettorale con Verdini, allora dovrà anche sostenerci Gentiloni”.

Bersani, invece, s’affida a Gramsci: “Le società complesse non le governi se non crei pensiero, cultura, inclusione”, spiega al migliaio di presenti. Poi la chiosa: “Di slogan e demagogia si muore”. Ecco, l’importante è sopravvivere abbastanza a lungo per assistere a quel suicidio. Intanto si sospendono i lavori e si raggiunge il corteo per la solidarietà ai migranti che sfila nel centro di Milano. “Compagni, ci rivediamo nel pomeriggio per i gruppi di lavoro”.

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